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La Storia di The Wall tra una Demo e una Copertina

Nel 1978, tra Londra e Los Angeles, c’è un muro tra una demo originale e l’undicesimo album dei Pink Floyd. Continua a leggere se vuoi sapere com’era (e come doveva essere) The Wall.

Il più famoso, misterioso e intrigante muro in mattoni bianchi.

All’inizio la copertina di The Wall doveva essere solo questo, senza scritte, senza Pink Floyd, senza disegni o loghi che la rovinassero.

Doveva tenerti fuori e isolarti da quello che avresti trovato dentro. Una volta dentro ti isolava da quello che c’era fuori, almeno per un’ora e mezza. Questo succede anche ora, succede sempre, almeno a me.

Prima di ascoltare i due vinili di The Wall non dovevi aspettarti nulla, nemmeno che ci fossero i Pink Floyd (e soprattutto Roger Waters) dietro quel muro.

Era facile farsi ingannare dall’aspetto comune di quel muro. Non conta quello che si vede in superficie, ma quello che c’è dietro. Dietro o dentro il muro.

Dietro c’è davvero davvero davvero tanto. Il muro si manifesta a partire dal concerto dell’In The Flesh Tour di Montreal ma per le sue fondamenta bisogna tornare indietro, a metà degli anni 40′, gli anni in cui un bimbo di nome Roger inizia (senza rendersene conto) a ricordare.

Waters avrà l’idea di un muro anonimo, spoglio e puro come la pelle di un bambino.

Se dovessimo fermarci alla copertina disegnata da Gerald Scarfe, questo articolo finirebbe qui o al massimo tra poche righe.

La cover di The Wall fu (parole sue) “a doddle”. Un gioco da ragazzi. Ci voleva proprio, dopo i tre giorni per la copertina di Animals e i rischi (e il dolore) per la cover di Wish You Were Here.

Scarfe prova diverse versioni della copertina, con linee tra i mattoni di colore diverso, con mattoni grandi, piccoli, medi. Cose di questo genere comunque, la copertina è pronta in uno o due giorni.

Dopo, Scarfe farà anche la copertina di The Pros And Cons Of Hitch Hiking.

L’unico problema si chiama casa discografica. La Harvest obbliga Waters e Scarfe ad aggiungere nome e titolo, perché nessuno avrebbe capito di chi è l’album con effetti negativi sulle vendite e bla bla bla.

Scarfe allora inserisce di proprio pugno la scritta The Wall Pink Floyd, velocemente, come il messaggio lasciato con una bomboletta spray da una mano che trema di paura. Paura di rovinare la purezza di questa copertina? La paura di Pink, il protagonista della storia di The Wall?

Scarfe penserà di migliorare quella scritta ma non lo farà. E questa è la front-cover.

Gatefold: i Personaggi di The Wall

Nel gatefold le cose cambiano, perché lì ci sono i personaggi di The Wall, penultimo vero concept-album dei Pink Floyd.

Alcuni personaggi aiutano Pink a costruire il Muro, altri gli faranno pagare le conseguenze.

Come il maiale volante Algie di Animals, queste persone tanto finte quanto immensamente vere e reali (ne conosciamo anche noi nella nostra vita) saranno usate come pupazzi durante il colossale The Wall Tour, e poi prenderanno vita nel 1982 con The Wall Il Film.

A me piace chiamarli la compagnia delle 5 M:

Mamma di Pink

Signora dallo sguardo severo e preoccupato, il suo corpo è un vero muro, che protegge, ripara e isola.

In alcuni disegni, nel suo corpo-muro c’è una fessura orizzontale, probabilmente la bocca; altre volte la madre di Pink è una persona vera e severa con le braccia incrociate a formare le pareti del muro.

Maestro di Pink

Il Maestro è disegnato da Gerald Scarfe con binocoli come occhi, lunghe gambe e bacchetta.

É lo strumento che utilizza per battere i bambini a scuola, gesto di frustrazione nei confronti dei più deboli per un uomo debole, picchiato e maltrattato da sua moglie quando torna a casa.

The Schoolmaster è famoso tanto quanto la copertina di The Wall. La sua lunghezza significa che può arrivare e vedere dappertutto.

L’immagine che riassume la parte di The Wall in cui Waters racconta la scuola (The Happiest Days Of Our Lives soprattutto) è il maestro che mette i bambini dentro un imbuto (un tritacarne) nel tetto della scuola.

Moglie di Pink

Gerald Scarfe disegna una creatura metà scorpione e metà mantide religiosa, che per natura attira il maschio e lo uccide dopo il rapporto sessuale.

In diversi disegni della moglie, i suoi capelli sono fiamme altissime.

Martelli

La marcia dei martelli rossi e neri, incrociati (siamo prigionieri) è la metafora dell’abbattimento dei muri. Muri politici, razziali, ideali, in famiglia, a scuola, nel posto di lavoro, tra uomo e donna.

Waters vuole dare un messaggio positivo con i Martelli, ma nella storia di Pink sono anche simboli negativi e sembrano seguire il protagonista per sfondare la sua porta e tirarlo fuori dal Muro.

La marcia è il passato che sta raggiungendo Pink. Puoi correre finché vuoi ma il passato ti raggiungerà. Mai sentita?

Magistrato (Giudice)

La figura più inquietante.

Il corpo del giudice è fatto solo della parte inferiore: gambe e organi genitali. É enorme, spietato e incombente, con due grandi natiche pronte a defecare su Pink (The Trial).

Probabilmente il suo aspetto è un sottile parallelo con la “macchina del fango” a cui spesso sono sottoposti gli innocenti nelle aule dei tribunali.

Nel gatefold della cover di The Wall tutto è grande, visibile e distinguibile tranne Pink, una formica in uno stadio pieno e chiassoso e luminoso per la luce di un riflettore.

C’è la prigione di Pink, il pubblico ministero al processo e, in alto, un aereo che arriva in picchiata la cui fusoliera sembra una bocca che sta gridando.

Secondo me è l’aereo di In The Flesh?: l’inizio. Come tutto è iniziato.

A questo punto credo sia giunto il momento di vedere com’è andata, ma prima una precisazione.

The Wall è composto da due vinili. Quattro lati.

I primi due raccontano la costruzione del Muro, gli altri due sono le conseguenze, il tentativo di Pink di liberarsi.

La demo originale di Roger Waters si chiamava Bricks In The Wall. Il bassista la scrisse d’impeto dopo i fatti di Montreal, tra la seconda metà del 1977 e i primi mesi del 1978.

La scaletta era diversa e altri brani saranno eliminati ma diventeranno i celebri “Spare Bricks”.

Per questo, vicino a ogni brano c’è anche il titolo originale, se e quando era incluso nella demo o in produzione dell’album.

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Sono solo Mattoni nel Muro: i Brani di The Wall

In The Flesh? – The Show, Part I

NELLA DEMO: ASSENTE

Con o senza punto di domanda, nella demo originale di Roger Waters non c’era In The Flesh.

Le due parti sono aggiunte tra la prima e la seconda produzione (inizio gennaio e fine marzo 1979) con i nomi The Show, Part I e II fino a due settimane dall’uscita.

I Pink Floyd tagliano circa un minuto di canzone prima di renderla adatta per l’inizio dello show.

In The Flesh? non è ancora la storia di Pink. Roger Waters ci sta semplicemente chiedendo se vogliamo conoscerla.

The Wall doveva essere un’opera rock-teatrale (ecco il perché di questo inizio teatrale) e musicalmente In The Flesh? è un uragano.

Quel fatidico secondo n. 17 mi fa saltare ogni volta, se ho il volume alto, anche se so perfettamente che sta arrivando.

La dolce e quasi impercettibile melodia di clarinetto e concertina è spazzata via dalla chitarra di David Gilmour.

Sarà la prima di innumerevoli volte, perché The Wall è un album pieno di sbalzi d’umore.

La batteria di Nick Mason sembra il ratatatatata di una mitraglia, le battute finali sono spari ed esplosioni.

La chitarra è un’onda, va a scatti, in crescendo, sta aspettando che tutti occupino il loro posto per l’inizio dello show; a 55 secondi esplode con la parte di chitarra simbolo di quest’album. E non solo di questo (The Pros And Cons Of Hitch Hiking).

Puoi sentirla distintamente, in versione più tranquilla rispetto alla furia di The Wall, alle 4.30 A.M. (Apparently They Were Travelling Abroad) e alle 4:58 AM (Dunroamin, Duncarin, Dunlivin).

La musica di In The Flesh? segue i gesti del direttore d’orchestra, Roger Waters, che si mette a dare ordini ora che tutti in sala sono seduti:

“Lights! All the sounds effects! Action! Drop it! Drop it on ‘em! Drop it on ‘eeeeeemmmmm!”

Il sipario si alza. Se vogliamo vedere lo spettacolo dobbiamo farlo in the flesh, in carne e ossa.

È una domanda. Vogliamo?

Se è sì, allora buttiamo maschera e travestimenti e vediamo cosa ha spinto Pink a costruire il Muro. Andiamoci dentro con lui.

The Wall entra in scena con il rumore allarmante di un aereo da guerra (uno Spitfire della Seconda Guerra Mondiale) che si avvicina sempre più ed esplode nelle orecchie.

Infanzia e Scuola

The Thin Ice – Instrumental Theme

NELLA DEMO: PRESENTE

La parte finale di The Thin Ice chiudeva la demo Bricks In The Wall e il suo titolo era il generico “Instrumental Theme”.

I Pink Floyd compongono la versione completa di strofe nel gennaio 1979 e la chiamano The Thin Ice Part 1.

Fino a ottobre 1979, a pochi giorni dalla pubblicazione, c’è anche The Thin Ice Part 2, poi la band unirà i pezzi per creare la meraviglia che racconta l’infanzia di Pink, quando il ragazzo getta le basi per il Muro.

Il Muro di Pink inizia a crescere quando ha pochi anni di vita.

La madre si preoccupa di mettere i primi mattoni, proteggendo il figlio, programmando il suo cervello ad avere paura della vita.

Waters spiegherà, in un’intervista al dj Jim Ladd, che il brano parla delle prime paure e preoccupazioni iniettate ai bambini dai loro genitori, soprattutto i bambini come lui nati in un periodo di guerra.

Pink è un bambino succube dalla madre, tenuto al sicuro nella sua bolla.

Mamma sa perfettamente che agli occhi innocenti di un bimbo la vita può sembrare bella (“And the sea may look warm to you babe – And the sky may look blue”) ma è suo dovere dirgli che, in realtà, è un abisso di pericoli.

Vivere è come pattinare sopra un oceano nero e freddo con una sottile pellicola di ghiaccio in superficie.

Il ghiaccio sottile è la barriera che separa l’infanzia di Pink dal mondo reale, quello degli adulti. In generale, è il fragile confine che separa il vivere dal non-vivere.

Il pericolo è andare avanti non ascoltando i consigli di chi ha più esperienza, restando solo, senza le persone che ama. Si porterà dentro il peso di sentirsi in colpa per aver fatto soffrire quelle persone che, comunque, piangeranno senza parlare

“Dragging behind you the silent reproach of a million tear stained eyes”.

Il peso rischierà di rompere il ghiaccio. E se il ghiaccio si rompe, Pink, figliolo, beh allora puoi solo aggrapparti a ogni cosa per non impazzire (restare in superficie).

Pink deve stare attento e deve stare con mamma, l’unico genitore che gli resta.

Another Brick In The Wall Part 1 – Brick 1: Reminiscing

NELLA DEMO: PRESENTE

Brick 1: Reminiscing era inclusa nella demo con questo titolo per tutta la produzione di The Wall.

L’inizio durava di più, aveva synth e somigliava a qualcosa di tirato fuori da Wish You Were Here come stile. Era il primo brano della demo e seguiva un piccolo estratto del brano “We’ll Meet Again” di Vera Lynn.

Ma la cosa che cambia di più è il senso.

Brick 1: Reminiscing parlava della band, con queste parole:

We don’t need your adulation.

We don’t need your starry gaze.

How the years have come between us.

You should have seen them in the early days

Should have seen ‘em in the early days.

All in all, it’s just another brick in the wall.

All in all, it’s just another brick in the wall.

They don’t need your reminiscing.

They don’t need your memories.

They don’t want to hear who’s missing.

You should have seen them when the boys were young.

You should have seen ‘em when the boys were young.

All in all, it’s just another brick in the wall.

All in all, you’re just another brick in the wall.

Di chi sta parlando, Waters? Di Barrett? Forse di Richard Wright, diventato una comparsa in The Wall? Che ne so. Non l’ha mai spiegato chiaramente.

La cosa certa è che in Another Brick In The Wall Part 1 sta parlando di suo padre Eric Fletcher Waters, morto in guerra ad Anzio durante la Seconda Guerra Mondiale quando Roger aveva due anni. 

L’assenza del padre segnò Waters e lui esternerà le sue emozioni da qui in poi, dedicandogli The Final Cut e mostrandoci la sua sofferenza tra un mattone e l’altro di The Wall.

Pink “parla” a suo papà. Another Brick In The Wall Part 1 è la più calma dei tre “Bricks”.

Le riflessioni di Pink sono tranquille fino a quando chiede al padre che cosa gli ha lasciato, oltre alle foto e qualche ricordo di sua mamma

“Dad, what you’d leave behind for me?”

Questo è un grido, e la chitarra di Gilmour sembra il flash che fa affiorare questo pensiero doloroso nella mente di Pink.

SPARE BRICK – WHEN THE TIGERS BROKE FREE

Si pensa che in Bricks In The Wall più o meno a questo punto ci fosse When The Tigers Broke Free, con il titolo provvisorio Anzio, 1944.

“Tigers” è una delle canzoni più personali di Waters, al punto che il gruppo rifiuta di metterla nella tracklist di The Wall.

É il più importante spare brick perché racconta la morte di suo padre e sarà pubblicata solo nel 1982 nel film The Wall.

Anche Bob Ezrin, produttore dell’album, convince Roger a escluderla per fare di The Wall un album universale e non così tanto intimo.

Comunque, non importa.

Per un bimbo che non ha mai conosciuto suo padre, crescere senza la metà dei suoi genitori è solo un’altro fatto che forma il suo carattere, un altro tassello del puzzle della sua anima, un’altra esperienza che lo isola da tutto il resto.

Solo un altro mattone nel muro.

The Happiest Days Of Our Lives – Teacher, Teacher

NELLA DEMO: ASSENTE

The Happiest Days Of Our Lives compare per la prima volta nel secondo giro di produzione di The Wall. Era molto simile a Teacher, Teacher, brano della demo.

Questo brano racconta la scuola, periodo in cui costruisci almeno metà del tuo futuro, e inizia con l’inquietante rumore di un elicottero, un altro dei simboli di The Wall che interrompe i giochi di un gruppo di bambini alla fine di Another Brick In The Wall Part 1.

Il Maestro, che ha la stessa voce di Roger Waters, grida al megafono la frase più iconica dell’album: “You! Yes you! Stand still, laddie!” (“Tu! Sì tu! Fermo lì mammoletta!”)

Si capisce che l’elicottero è qualcuno che spezza la gioventù e il gioco, è un pericolo, qualcuno che rincorre i bambini come un elicottero della polizia rincorre un criminale.

Dovevano essere i giorni più belli delle nostre vite e invece siamo in un tritacarne di prepotenze e umiliazioni. Questo sembra il pensiero di Pink.

Certi professori usano sarcasmo da quattro soldi per prenderci in giro e per mettere in mostra le nostre fragilità.

Ci faranno finire, in fila indiana, negli ingranaggi del sistema scolastico (nel film The Wall), e usciremo come carne da macello, tutti uguali.

Probabilmente la vita di quei professori fuori da quì è misera come la nostra a scuola, e una volta a casa saranno bastonati e schiavizzati dalle loro mogli, e questo non farà che aumentare il loro odio.

Il finale di The Happiest Days Of Our Lives sembra il battito accelerato del cuore di Pink a questo pensiero, e si unisce alla canzone più famosa dell’album (e non solo) come se fosse una traccia unica: Another Brick In The Wall Part 2.

Another Brick In The Wall Part 2 – Brick 2: Education

NELLA DEMO: PRESENTE

Brick 2: Education nella demo originale di The Wall.

Uno dei brani più celebri dei Pink Floyd, unico singolo a raggiungere la vetta delle classifiche, non era stato pensato per diventare un singolo.

Durava appena 1.45 minuti, per Waters era un pezzo transitorio come Brick 1: Reminiscing. Poi succede che Bob Ezrin l’ascolta e capisce che può diventare una hit.

Ha l’idea del secolo: duplica la strofa e il ritornello, poi va fino all’angolo della strada in cui si trovava lo studio dei Pink Floyd, fino all’Islington Green School.

Un gruppo di ragazzi dai dieci ai quindici anni (quasi tutti maschi) non ha problemi a cantare, in coro

“We don’t need no education, we don’t need no tought control… teacher leave us kids alone! Hey, teacher! Leave us kids alone!”

Anche perché magari è ciò che davvero pensano.

I cori dovevano essere oscuri backvocals, dietro le parti cantate da Gilmour e Waters, ma la qualità del risultato è eccellente e quel coro non può essere messo in secondo piano. Va semplicemente unito.

Another Brick In The Wall Part 2, nella storia di Pink, è una reazione ai giorni dei soprusi di The Happiest Days Of Our Lives.

“Lasciateci in pace!”

É un inno contro il tipo di scuola detestata da Waters, il luogo dove i bambini sono soffocati dall’insegnamento, il controllo e la ferrea disciplina.

“How can you have any pudding if you don’t eat your meat?”

Nella demo, “Bricks 2: Education” precedeva Teacher, Teacher.

Waters la esclude perché molto simile a The Happiest Days Of Our Lives, ma non se ne dimenticherà.

Teacher, Teacher sarà cambiata, riarrangiata e ribattezzata “The Hero’s Return” in The Final Cut.

E ora parliamo di mamma.

Genitori (almeno chi c’è)

Mother

NELLA DEMO: PRESENTE

Nella demo Bricks In The Wall,  Mother era in mezzo tra Brick 1 e Brick 2.

Mother è una canzone dolce e allo stesso tempo straziante, è il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, quando Pink oscilla tra il bisogno di libertàe un latente desiderio di protezione.

La forza della canzone è tutta nel contrasto tra la calma della musica e l’angoscia delle parole.

Pink rivolge una lunga serie di domande a sua madre, come spesso un rapporto tra genitore e figlio è fatto di curiosità e domande.

Le domande di Pink però sono fredde e piene di paura: la guerra, il governo, i dubbi sui fans, il timore di come reagiscono le persone, cosa fare nel futuro, fidarsi o no delle ragazze?

Naturalmente, mamma risponderà alle sue domande, e lo aiuterà a costruire il Muro tra suo figlio e il mondo, per difenderlo, passandogli ancora un po’ delle sue paure dopo la prima razione di The Thin Ice.

Mamma sarà sveglia quando torni, non perché vuole sapere dove sei stato (perché già lo sa) ma perché la sua missione è trovare un meccanismo difensivo perché suo figlio non soffra.

La barriera difensiva sarà abbastanza alta che non sarà per niente facile liberarsene.

“Mother, did it need to be so high?”

A questo punto di The Wall, Goodbye Blue Sky suona come un addio ai giorni felici.

Goodbye Blue Sky

NELLA DEMO: PRESENTE

Nella demo originale, Goodbye Blue Sky era verso la fine del side 2, vicino a Don’t Leave Me Now.

Sarà spostata tra The Thin Ice e Teacher, Teacher nella prima produzione e, infine, ad aprire il side B del primo vinile di The Wall.

Il tre-enne Harry Waterrs, figlio di Roger, esclama “Look mummy, there’s an aeroplane up in the sky”.

Se Roger Waters immagina cosa deve essere stata la guerra, i risultati sono anche troppo concreti: non ha un padre e suo figlio non ha un nonno.

Goodbye Blue Sky parla di chi è stato spinto in guerra e chi è partito volontario, come Fletcher Waters, persone che combattevano sotto un cielo che prometteva cose impossibili.

I ragazzi al fronte ci pensavano mentre cercavano riparo dalle bombe, sempre sotto lo stesso cielo blu.

Il pensiero lascia vuoti incolmabili.

Empty Spaces – What Shall We Do Now?

NELLA DEMO: PRESENTE

Resta qualche buco da riempire, ma il Muro è cosa fatta ormai.

“What shall we use to fill the empty spaces, where we used to talk?”

I vuoti di Pink sono la crescente solitudine, e l’abitudine di colmarli parlando con qualcuno.

Qui Waters parla anche (e forse soprattutto) a Syd Barrett e i suoi vuoti, tra gli stupefacenti e i problemi personali che l’avevano spinto verso una malattia mentale dieci anni prima e poi fuori dalla band.

Nella storia di The Wall è una presa di coscienza che il Muro è praticamente finito, un ultimo tentativo di trovare una persona con cui parlare.

Tipo una ragazza? Sì, tipo una ragazza.

C’è un messaggio nascosto nel brano, recitato al contrario da Roger Waters, che non è quel che sembra.

“Congratulations. You have just discovered the secret message. Please send your answer to ‘Old Pink’, care of the funny farm, Chalfont…”

[…interrupted…]

“Roger, Carolyne’s on the phone…”

Nick Mason dirà, in un’intervista del 2014 a Dave Kerzner, che il messaggio è completamente privo di senso e inserito in The Wall per dare l’unico momento di umorismo in un album freddo e arrabbiato.

Inoltre, in quell’epoca c’era la moda di lasciare messaggi criptati nei dischi rock e anche i Pink Floyd hanno voluto dare il loro contributo.

Nella demo l’ordine era: Don’t Leave Me Now – Empty Spaces – Another Brick In The Wall 3. La voce di Waters era bassa e distorta, vagamente inquietante.

Dopo Goodbye Blue Sky c’era What Shall We Do Now?, brano escluso poco prima della pubblicazione per far posto all’hard rock di Young Lust.

WHAT SHALL WE DO NOW?

Inclusa nella demo e coccolata in produzione con il nome Back To The Wall, era davvero molto simile a Empty Spaces tanto che quest’ultima si può considerare una sua reprise ma molto, molto più oscura.

What Shall We Do Now? era più ritmata, con una parte finale con lo schianto di vetri infranti e il suono di una sirena. La sostanza non cambiava: Pink si chiedeva come andare avanti. Che fare? Completare il muro?

Waters esclude What Shall We Do Now? per ragioni di lunghezza, lasciando le parole nella copertina di The Wall per aiutare a capire le storia.

Moglie, Sesso e Tradimenti (Last Few Breaks)

Young Lust

NELLA DEMO: PRESENTE

In Bricks In The Wall, Young Lust era acustica e il suo testo era un po’ diverso.

Pink lasciava la scuola e sprecava il suo tempo tra librerie e cinema pornografici, in cerca di sesso ma non avendo il coraggio di rapportarsi con le donne.

Nella versione di The Wall, Pink esce di casa ed è talmente poco abituato che si sente quasi uno sconosciuto in città.

Sente di aver bisogno di una donna per sentirsi un uomo dopo anni vissuti tra le pareti di sua madre.

Nella storia di The Wall non è chiaro, ma sembra che Pink cerchi altro oltre a sua moglie. Una ragazza “sporca” (“I need a dirty woman, I need a dirty girl”) una storia da una botta e via, forse segno che Pink si trova in una crisi coniugale (forse un altro parallelo con The Pros And Cons Of Hitch Hiking).

Ma sua moglie lo anticipa. Negli ultimi 43 secondi della canzone, Pink telefona a casa.

Crede di trovare sua moglie, ma l’operatrice lo informa che è una voce maschile a rispondere al telefono.

L’uomo risponde e riattacca due volte senza dare il tempo all’operatrice di parlare.

Waters ebbe davvero una telefonata simile quando chiamò sua moglie Carolyne mentre era in tour con i Pink Floyd nel 1977.

La voce dell’operatrice in Young Lust è autentica, e registrata, senza che l’operatrice lo sapesse, dal produttore James Guthrie durante le registrazioni di The Wall a Los Angeles.

Guthrie chiamò la sua casa di Londra (vuota in quel momento) chiedendo a un suo vicino (tale Chris Fitzmorris), che aveva le chiavi, di andare lì e rispondere al telefono.

Guthrie disse all’operatrice di voler chiamare Mrs Floyd e quando la donna gli chiese chi stava chiamando lui disse “Mr Floyd!”. E intanto registrava.

Fitzmorris avrebbe dovuto rispondere “Hello?” e poi riattaccare non appena l’operatrice avesse parlato.

Così fa, il tempismo è perfetto e il risultato è eccellente. L’operatrice, ignara di tutto, che chiede preoccupata “Is there supposed to be someone there besides your wife?” è quanto di più ottimistico Guthrie potesse pretendere per la storia di The Wall.

Pink capisce che la moglie lo ha tradito.

E a questo punto Pink agiva e reagiva, ma solo nella demo: dopo Young Lust c’era Sexual Revolution.

SEXUAL REVOLUTION

Forse Pink ricambiava il gesto di sua moglie con la stessa moneta.

Sexual Revolution continuava perfettamente la storia di Pink: dopo la ricerca del sesso con Young Lust, in Sexual Revolution Pink cercava di passare all’azione. Il brano era una specie di conversazione tra un uomo e una donna sulla possibilità di un incontro a scopo sessuale.

Il brano gioca sui diversi “bisogni” di uomo e donna. L’uomo un cacciatore, la donna in cerca protezione, cosa che forse ha deluso Pink che non riesce a compiere la sua “sexual revolution” e resta ancora una volta solo. Ma questo è solo il mio pensiero.

Sexual Revolution è suonato dai Pink Floyd nel 1978 (prima di iniziare la produzione di The Wall) e il brano è più lento, minimal e ancora più blues di 4.41 a.m. (Sexual Revolution), uno degli highlight di The Pros And Cons Of Hitch Hiking, ufficialmente il primo (per me il secondo) album solista di Roger Waters.

Anche le parole usate in Pros And Cons saranno diverse da quelle pensate per The Wall.

One Of My Turns

NELLA DEMO: ASSENTE

One Of My Turns si apre sbattendo ferocemente la porta di un albergo dove Pink sta andando con una ragazza, (una groupie? Pink è il cantante di una band), forse la “dirty girl” menzionata in Young Lust.

D’altronde, sua moglie sembra indaffarata con l’uomo che ha risposto al telefono di casa sua.

Pink, seduto in poltrona, davanti a una televisione che non sta nemmeno vedendo, è alienato e non sente che la ragazza gli sta parlando.

(Impossibile che Waters non abbia pensato a Syd Barrett mentre la componeva)

Non credo esistano canzoni più nere e pessimistiche di One Of My Turns.

Pink sta male. Sente arrivare una crisi di nervi, o di rabbia, pensando al suo matrimonio allo sfascio, quando a un tratto inizia a sfasciare.

La crisi esplode e Pink impazzisce, distrugge la camera, con un turbine di pensieri che vanno da usare l’ascia, guardare la tv, scopare, ammirare l’autostrada, buttare la ragazza fuori dalla finestra o suicidarsi (“Would you like to learn to fly? Would’ya? Would you like to see me try?”)

Le urla di Roger Waters finiscono quando la ragazza abbandona Pink.

One Of My Turns, non inclusa nella demo originale, è aggiunta nei primi mesi del 1979 ai Britannia Row Studios.

Prima di reclutare la groupie, Waters prova a fare la voce da ragazza ma il suo timbro, già acuto, suonava terribilmente acuto. Troppo.

Nella demo Bricks In The Wall, al posto di One Of My Turns come abbiamo visto c’era Sexual Revolution, che forse rendeva la storia più coerente.

Dopo Sexual Revolution, comunque, anche nella demo c’era Don’t Leave Me Now.

Don’t Leave Me Now

NELLA DEMO: PRESENTE

La fine della crisi, come quando guarisci da una febbre altissima ma senti ancora la testa pulsare.

Pink capisce di avere ancora bisogno di sua moglie, forse la sta implorando di non lasciarlo. Forse sta gridando alla ragazza che è appena scappata di tornare indietro.

Pensa alla vergogna di farsi vedere dagli amici senza lei, da persona tradita. La paura di essere tradito anche da loro.

Pink è ancora nella stanza d’albergo e qui resterà. Da questo momento capirà di stare bene da solo.

Don’t Leave Me Now è dei primissimi pezzi scritti nella demo di Roger Waters, e finisce passando direttamente nei botti, i colpi e le grida di Another Brick In The Wall Part 3.

Il Completamento del Muro

Another Brick In The Wall Part 3 – Brick 3: Drugs

NELLA DEMO: PRESENTE

Bricks 3: Drugs nella demo originale di The Wall.

Nel primissimo testo, scritto a mano da Waters, le parole della terza parte (la più cattiva) sono il quinto verso di un unico pezzo chiamato “Another Brick In The Wall”.

Sembra dunque che la canzone fosse originariamente divisa in cinque e non in tre, o forse i “Bricks” erano tutti più brevi.

Con Another Brick In The Wall Part 3, i primi due lati di The Wall (la genesi del Muro) stanno finendo e Pink può sperare ben poco.

Anzi, in realtà lui non spera nulla e non ha bisogno di nessuno: questo brano è il rabbioso convincimento di bastare a sé stessi.

É questo l’ultimo mattone nel Muro di Pink.

Goodbye Cruel World

NELLA DEMO: PRESENTE

C’era e si intitolava Goodbye Cruel World. Sarà cambiata pochissimo rispetto alla sua versione originale.

La paranoia cresce, Pink si auto-isola da tutti, convinto di poter stare da solo.

Anche se è la fine del primo vinile, questo non è tanto l’ultimo mattone ma è il momento in cui Pink capisce che il muro è completo.

Goodbye Cruel World finisce come quando tiri giù il contatore di casa. L’ultimo “goodbye” di Waters è pronunciato senza musica. Si spegne tutto, un blackout nella testa di Pink.

Pink, mentre si ritira, incolpa il mondo (crudele) e ammette che nessuno riuscirà a convincerlo a tornare indietro.

A volte si pensa che The Wall parli della morte di Pink, e che Goodbye Cruel World sia il momento del suo suicidio (Addio mondo crudele – bang!).

Ma non è così.

The Wall parla di vita: difficile, dolorosa, con sofferenze dalle radici profonde e incidenti di percorso, ma sempre vita.

The Wall è il modo con cui una persona può reagire alla vita. Nel caso di Pink, isolandosi.

I problemi e le difficoltà spingono una persona a costruire il suo Muro.

Una volta lì dentro, nessuno può raggiungerci per farci del male.

E nessuno può aiutarci.

Il secondo vinile di The Wall: Aiuto

Hey You

NELLA DEMO: PRESENTE

Hey You, nella demo, era inserita a fine album, prima di Trial By Puppet.

In produzione, sarà spostata più indietro e la tracklist diventa:

– Comfortably Numb

– Hey You

– The Show Must Go On

Ma per Bob Ezrin e Roger Waters il flusso della storia non funziona.

Si rendono conto (agli sgoccioli prima di registrare) che Hey You è il primo tentativo di ristabilire un contatto con la realtà.

Mi piace pensare che Pink non abbia mai lasciato la stanza d’albergo distrutta in One Of My Turns.

L’inizio di Hey You sembra arrivare da un momento monto lontano rispetto al brano precedente, la sensazione è che Pink sia dentro il suo Muro ormai da un tempo imprecisato.

E questo, per chi ha il vinile, è vero anche nella pratica.

Per ascoltare Hey You una persona doveva interrompere la storia per mettere il secondo vinile di The Wall, facendo passare quei pochi minuti che creavano quel distacco

è un modo brillante di iniziare il secondo vinile di The Wall, che racconta le cosa succede quando Pink è nel muro.

Hey You è un grido d’aiuto, rivolto a qualsiasi persona che possa sentirlo, anche chi conosce (un generico “ehi tu”). Forse sta parlando a noi che ascoltiamo la canzone.

Dentro il Muro, può solo sapere che fuori c’è qualcuno che sta cercando di ascoltare (“With your ear against the wall”)

Forse c’è qualcuno nelle sue stesse condizioni (nudo, freddo, impotente) e si chiede se può aiutarlo ad andare avanti con quel peso (“Would you help me to carry the stone?”).

Comunque, Pink non sembra avere la forza (o la volontà) di uscire dal Muro.

Uscire è solo una fantasia, un’illusione, e intanto, più resta solo, più impazzisce (“And the worms ate into his brain.”)

Rumore di insetti o vermi prima del finale, un grido disperato che è la reazione di Pink e il rifiuto di perdere la speranza (“Hey you, don’t tell me there’s no hope at all!”)

Un pensiero positivo “Together we stand, divided we fall” non basta per Pink, che chiama ma nessuno risponde: Is There Anybody Out There?

Is There Anybody Out There?

NELLA DEMO: PRESENTE

Questo brano, all’inizio, doveva aprire il lato 3 di The Wall (al posto di Hey You per intenderci) ed era composto di tre parti.

Una tra le parti II e III era il ponte tra Bring The Boys Back Home e The Doctor (Comfortably Numb), l’altra veniva dopo Vera.

La parte I è quella che tutti conosciamo.

Quella bassa, continua, perforante nota di synth e i dialoghi di un film. Pink si trova ancora nella stanza d’albergo.

Is There Anybody Out There è un’inquietante disco rotto con la stessa domanda ripetuta in un sottofondo di televisione accesa, rumore di cristalli, il canto acuto di un gabbiano o una balena (un eco di Echoes), rumori strani, rumori, rumori e rumori. E voci.

Pink continua a ripetere la stessa domanda, incessantemente, in una paranoia galoppante fino agli ultimi, dolcissimi, secondi di chitarra.

Pink sta cercando qualcuno, ma ha la certezza che non troverà nessuno. Dentro il suo Muro, lo sa. Non ci sarà nessuno.

Nobody Home

NELLA DEMO: ASSENTE

Nobody Home non c’era né sulla demo, né in produzione.

Per nostra fortuna Roger Waters si mette a scriverla in una delle ultime notti prima della registrazione di The Wall.

Facendola ascoltare a Gilmour e Mason, capiscono che è una perla impossibile da lasciar fuori.

In Nobody Home, con la certezza di essere rimasto solo, riflette sulla sua situazione.

Dalla quotidianità (un libro di poesie, spazzolino e pettine, la sua televisione di merda) alle cattive abitudini (nicotina, eroina, bruciature da sigaretta…forse un riferimento al masochismo), passando per piccole e inutili soddisfazioni (“when I’m a good dog they sometimes trow me a bone in”).

Fonti autobiografiche su Roger Waters ipotizzano che il bassista dei Pink Floyd stia parlando di alcune persone familiari ma che ora non riconosce più.

Syd Barrett, e i riferimenti sarebbero

“And I’ve got second sight, and an amazing powers of observation” la brillante capacità di composizione di Syd, nei momenti di lucidità, come una doppia vista

“I’ve got a silver spoon on a chain” la sua dipendenza da acidi e stupefacenti

“I’ve got wild, staring eyes” lo sguardo di Barrett, fuori dalla realtà, poco prima di essere messo da parte

E forse anche Richard Wright, il membro dei Pink Floyd fondamentale prima di The Wall ma inesistente ora:

“I’ve got a grand piano to prop up my mortal remains”

Ancora Guerra

Vera

NELLA DEMO: PRESENTE

Nella demo Bricks In The Wall, Vera durava circa 2 minuti e 20 secondi: 1.18 minuti prima di una ripresa di “Is There Anybody Out There?”; il resto era la prima traccia della demo assieme a un pezzo di “We’ll meet again” della cantante inglese Vera Lynn.

Lei era attiva soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale. Le sue canzoni erano un augurio per far tornare a casa, sani e salvi, i ragazzi che partivano per il fronte.

In Vera, Roger Waters ritorna a pensare a suo padre e sembra chiederle perché con suo padre la preghiera non si è avverata.

Che cosa ne è stato della sua fama di portafortuna?

“Vera! Vera! What has become of you?”

Roger chiede se qualcun altro ha perso un genitore in guerra ()

Waters, comunque, dirà che Vera ha un significato molto più generale. Non parla solo di guerra, nemmeno nella domanda finale: “Does anybody else in here Feel the way I do?”

Bring The Boys Back Home

NELLA DEMO: PRESENTE

Per Roger Waters, il mattone più importante di The Wall.

Non solo una critica alla guerra ma il suggerimento a non mettere nulla davanti alle persone che amiamo, come spiegato da Waters nel 1979 all’uscita di The Wall:

“It’s partly about not letting people go off and be killed in wars, but it’s also partly about not allowing rock and roll, or making cars or selling soap or getting involved in biological research or anything that anybody might do, not letting that become such an important and “jolly boys game” that it becomes more important than friends, wives, children, other people.”

È un brano stranissimo, uno straordinario momento di transizione più che una vera canzone.

Nello sfondo di un’imponente musica d’orchestra, Waters grida così forte che sembra voler farsi sentire da chiunque, in ogni luogo e per sempre.

Una marcia militare scandisce i momenti chiave di The Wall: il “Wrong! Do it again!” e “Time To Go!” del professore, la sua bacchetta, le centraliniste che lo avvisano che c’è un uomo con sua moglie, “Are you feeling ok?” della ragazza e l’infinito “Is there anybody out there” sembrano un vortice nella mente di Pink.

Il presente sta prendendo il posto del passato.

Dottori, Allucinazioni e Odio

Comfortably Numb – The Doctor

NELLA DEMO: ASSENTE

Nessuna traccia nella demo, in produzione si intitolava The Doctor e non doveva essere inclusa in The Wall.

Gilmour aveva scritto la musica nel 1977.

Waters aggiunge le parole ma la include solo su insistenza di Bob Ezrin, che capisce di avere a che fare con un pezzo monumentale e un assolo stratosferico.

Pink immagina di essere visitato da un dottore che gli pratica una piccola puntura (“O.K. Just a little pinprick”) per fargli passare il dolore.

Forse Pink assume sostanze stupefacenti a questo punto della sua storia, il suo unico rifugio. Un altro collegamento alla vita di Syd Barrett.

Questa “anestesia” lo rende insensibile a tutti gli stimoli esterni (“There’ll be no more aaaaaaaaah!”) facendolo stare meglio ma, come dice il medico, con possibili conseguenze nel futuro (“But you may feel a little sick”).

Nel testo di The Doctor, durante i lavori in corso di The Wall, sembra davvero che un medico stia capendo la condizione di Pink (“Is anybody bleeding?” “I know you’re hiding”).

La canzone è un momento di calma, un’appagante alienamento che non fa sentire nulla fino all’assolo finale.

In quel momento, tra il senso d’inquietudine generale del brano (il ritmo tranquillo e scandito, le grida di Pink) la chitarra sembra dirci qualcosa di oscuro che non sapremo mai.

L’assolo di Comfortably Numb, composto dalle parti migliori di 5 o 6 assoli diversi scritti da Gilmour, è pura adrenalina, astrazione fisica e psichica, cuore che accelera i battiti per l’emozione.

Pink si sta risvegliando.

E ora lo spettacolo deve continuare.

The Show Must Go On – Who’s Sorry Now?

NELLA DEMO: PRESENTE

Inizia il lato 4 dell’LP originale. Nella demo si intitolava Who’s Sorry Now?

In produzione, una parte della traccia è chiamata It’s Never Too Late.

The Show Must Go On sarà una nuova canzone combinando e tagliando le due parti.

In un ultimo spiraglio di lucidità, Pink si rende conto che forse ha le sue colpe per essere in quella situazione.

Pink capisce che aveva possibilità di scelta, e non avrebbe dovuto permettere che loro lo cambiassero in quel modo.

Ora è troppo vecchio? É troppo tardi per rimediare?

Dal brano ufficiale è stato tagliato questo verso:

Oooh Pa take me home

Oooh Ma let me go

Do I have to stand up

Wild eyed in the spotlight

What a nightmare

Why don’t I turn and run

Pink si chiede se “deve alzarsi i piedi” (lo spettacolo deve continuare) e i “wild eyed in the spotlight” forse è la cattiveria delle persone, o forse è la sua cattiveria.

In The Flesh lo capiremo meglio.

Nel Muro, non serve a niente girarsi e scappare. Come sei entrato devi uscirne: in carne e ossa.

In The Flesh – The Show, Part II

NELLA DEMO: ASSENTE

Nella demo si chiamava The Show Part II. Parla dell’odio, il sentimento dominante in Pink a causa del suo isolamento.

Pink, stretto in una paranoia insensibile e deluso da sé stesso, ha un’allucinazione (provocata forse dalle sostanze stupefacenti) in cui si vede un dittatore nazifascista che parla a un’enorme folla.

Le persone urlano, si cibano della sua esaltazione e del suo odio, gridando una gioia aggressiva, famelica di trovare un “colpevole”.

Come in uno sdoppiamento di personalità, Pink annuncia che il vero Pink è rimasto in hotel perché sta poco bene; tocca a lui scovare i veri fans in mezzo alle migliaia di persone presenti in sala.

È un chiaro riferimento alla data di Montreal dell’Animals Tour e allo sputo di Roger Waters a un fan.

Nel suo delirio, Pink si scopre razzista e omofobo: gli omosessuali (“Are there any queers in the theatre tonight?”), gli ebrei (“that one looks Jewish!”), i neri (“And that one’s a coon!”) e tutta la “gentaglia” (riff-raff) presente in sala sono i primi a essere separati dagli altri (contro il muro).

Alla fine Pink si scaglia anche contro chi sta fumando (“There’s one smoking a joint”) e chi ha qualche lieve difetto fisico (“And another with spots”).

Fosse per lui, sparerebbe a tutti.

La Fuga, il Processo e l’uscita dal Muro

Run Like Hell

NELLA DEMO: PRESENTE

Inclusa nella demo di Waters con una durata molto superiore (Run Like Hell è la canzone più tagliata di The Wall), stiamo correndo insieme a Pink, che scappa dalle sue responsabilità, sentendosi in colpa.

Il brano è frenetico, con un senso di pericolo e urgenza.

L’esercito di martelli (Hammers), che marcia a tempo frantumando ciò che trovano, è il passato di Pink che lo sta cercando per chiedere il conto.

Sai come si dice, che il passato prima o poi ritorna sempre?

Il brano esprime ancora la paura di essere libero, con lo spettro di un ritorno da sua madre se dovessero pescarlo a fare qualcosa di sporco (Cause if they catch you in the back seat – Trying to pick her locks – They’re gonna send you back to mother – In a cardboard box. You better run)

Nei primissimi secondi, le corde graffiate e ritardate della chitarra di Gilmour lasciano sentire, in sottofondo, la folla dello Show ripetere

Pink…Floyd… Pink…Floyd… Pink…Floyd… Pink…Floyd…

Come un’interferenza, un disturbo.

Alla fine, a pochi secondi da Waiting For The Worms, la parte sinistra del pubblico grida “Pink…Floyd…Pink…Floyd” mentre la destra dice “Hammer…Hammer…Hammer…”

Alla fine della canzone, una voce grida: “Hey, open up! HaHaHaHaHaaaaaaaaaa!” e tutta la gente si mette a gridare “Hammer! Hammer!”

Hanno sfondato la porta.

Waiting For The Worms – Follow The Worms

NELLA DEMO: PRESENTE

Non potete raggiungermi, non importa come ci provate.

Pink, nella la sua stanza che ormai è un bunker, sta “aspettando i vermi” nel senso che forse pensa di restare lì per sempre.

O forse aspetta che tutto svanisca.

Nella demo si intitolava Follow The Worms ed era tra Run Like Hell e Trial By Puppet (che diventerà The Trial)

Come spiegato da Roger Waters, Waiting For The Worms è il momento in cui svaniscono tutte le assurdità e i nonsense nella vita di Pink.

L’anestesia del Dottore, la visione di sé stesso che odia tutti…ogni cosa si sta dileguando.

É il ritorno di Pink nel mondo reale.

Waiting For The Worms è di un’intensità eccezionale. Inizia come una marcia normale fino all’ultimo “All you need to do is to follow the worms”. 

Da quel punto il brano aumenta di ritmo, intensità, e diventa uno sbraitare via megafono.

Waters spiegherà che la marcia di Waiting For The Worms è ambientata a sud di Londra, un quartiere in cui il Fronte Nazionale è molto presente e per lo più popolato da neri.

La marcia, raffigurata da Gerald Scarfe con infinite file di martelli che “camminano” e battono, sta andando in Hyde Park partendo da luogo chiamato Brixton Town Hall.

Stanno andando a prendere qualcuno. Presto ci sarà una manifestazione.

Il processo?

Stop

NELLA DEMO: ASSENTE

Stop!

Per unire due brani importanti, nella storia, come Waiting For The Worms e il monumentale finale di The Trial, ci vuole una pausa.

Stop è un piccolo break musicale, un ponte musicale assente nella demo originale.

Pink è stanco. Stanco della sua pazzia, stanco della sceneggiata, stanco del Muro.

Decide di abbandonarsi e di ammettere le proprie colpe.

La porta della sua prigione si apre con uno sferragliare di chiavi, e Pink è condotto al suo personale giorno del giudizio.

The Trial – Trial By Puppet

NELLA DEMO: PRESENTE

The Trial è l’esame che Pink rivolge a sé stesso.

Lui è l’accusa, il giudice e il pubblico ministero di questo processo con cui affronta il proprio passato.

E’ uno dei brani più imponenti di sempre, una vera opera teatrale che vive di vita propria grazie a Bob Ezrin e la sua orchestra.

La versione demo originale, musicalmente più semplice, riusciva a essere più sinistra, cupa, con l’atmosfera data dal pianoforte di Ezrin e la voce di Waters.

La sentenza era più corta e molto meno brutale della versione di The Wall.

L’imputato è accusato di aver fatto vedere sentimenti “di una natura quasi umana”, e per questo sembra già meritevole di una condanna.

Il Maestro, la Madre e la Moglie (le persone che l’hanno aiutato a costruire il muro) lo accusano di essere il solo artefice del proprio destino e colpevole di avere fatto del male a tutti, isolandosi.

Le vicende che hanno segnato la sua vita lo hanno fatto impazzire (“They must have taken my marbles away”).

Forse Pink, oltre a essere segnato da alcune persone, abbia contribuito con le sostanze stupefacenti (date dal Dottore di Comfortably Numb).

Capisce che doveva esserci una via d’uscita dal Muro (“There must have been a door there in the wall – When I came in”)

Il tuono della chitarra di David Gilmour anticipa la sentenza del giudice.

La voce di Waters, durante la sentenza, è bassa, gutturale e terribile. Sembra la voce deformata di un uomo che prima, nell’album, non aveva mai cantato. Intanto in sottofondo, oltre ai violini, la chitarra di Gilmour scandisce il tempo.

Pink è condannato a fronteggiare la sua paura peggiore, il massimo della pena: il ritorno tra le persone.

Per farlo, Pink deve abbattere il Muro.

Outside The Wall

NELLA DEMO: PRESENTE

Il Muro di Pink crolla alla fine di The Trial e continua Outside The Wall.

Il clarinetto e la concertina ritornano, in contrasto con le macerie di un bombardamento, come in un deja-entendu.

Roger Waters spiegherà che Outside The Wall, unico momento positivo di The Wall, è molto legata al rapporto con i fans dei Pink Floyd.

Esprime il bisogno di contatto umano dopo uno spettacolo, che sia un’esibizione in un pub o un’opera rock-teatrale da stadio come The Wall.

Ritornando con il pensiero alla notte di Montreal nel 1977, Waters non vuole una band da una parte e migliaia di persone dall’altra.

Questo è il significato più concreto, quello in superficie.

Poi, come sempre, il significato va esteso e se mai c’è stata una canzone-rivelazione, quella è Outside The Wall.

Personalmente ascolto The Wall soprattutto perché, ogni volta, è un’esperienza di rara bellezza arrivare in fondo con questo brano.

Come i cicli lunari ti dicono che la luna prima o poi ritornerà, sai che The Wall finirà e rientrerà dalla stessa porta.

Waters recita parole di amore e amicizia (unico esempio in The Wall) e un coro di bambini di New York le canta.

Mentre il Muro cade, Pink vede che non è solo, le persone che gli vogliono bene sono tutte lì fuori.

The Wall parla di tutti noi.

Almeno una volta nella vita abbiamo messo una barriera tra noi e chi vuole aiutarci.

Le persone fuori dal muro possono darci tutto ciò che hanno per tirarci fuori. Le persone sensibili (“the bleeding hearts and the artists”) resteranno in piedi, anche se il rischio è vederle barcollare e cadere per noi.

Il rischio è vederle farsi del male, del resto non c’è niente di più difficile che sbattere il tuo cuore aiutando qualcuno che non vuole permetterlo.

A volte, chi pensa di aiutarti lo fa nel modo sbagliato, mettendo un altro mattone.

Un secondo prima della fine Waters dice “Isn’t this where…”

La domanda finisce all’inizio dell’album. L’inizio di In The Flesh? è il finale di Outside The Wall e una voce appena percepibile dice “…we came in?”

“Isn’t this where… we came in?”

The Wall è un ciclo, come la vita è un circolo. Certe storie ritornano, la storia di Pink ricomincia, segno che presto o tardi rientrerà nel Muro dopo un nuovo momento di fragilità mentale.

Ma quei puntini di sospensione….

Da “isn’t this where…” a “…we came in?” c’è un brevissimo momento in cui si può uscirne.

Le due parti non sono strettamente unite tra loro, ma è molto facile restare di nuovo intrappolati in quel loop.

Pink non sarà mai libero dal Muro.

Mi piace pensare che, ogni volta, i mattoni del Muro saranno sempre più fragili.

FONTI

Sito ufficiale dei Pink Floyd

The Wall Analysis

The Wall Complete

Libro: Comfortably Numb – A History of “The Wall” – Pink Floyd 1978-1981 (2006)

Libro: The Making of Pink Floyd: The Wall by Gerald Scarfe (2010)

Quale parte di The Wall ti piace di più?
By |2018-11-15T10:21:20+00:006 settembre 2018|Categories: Copertine Vinili Famose|Tags: |

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Amo la musica da quando sono un embrione. Se qualcuno mi chiedesse che tipo di musica mi piace, io risponderei "la bella musica, quella buona, che mi fa stare bene". Spazio in tutti i generi musicali e li ascolto tutti. Sono probabilmente l'ultima persona che potrebbe spiegare la musica da un punto di vista tecnico o recensire un disco, nonostante questo credo di essere una delle prime per passione verso questo mondo. Senza musica, non vivrei. Se potessi in questo sito chiamerei una persona esperta di ogni stile e genere musicale che conosciamo. Se potessi, allargherei gli orizzonti anche alla musica che non ho ascoltato e che forse, nella mia vita, non ascolterò mai. Ma questo non è il mondo del "se potessi", questo è il mondo reale. Il mondo di Legendary Cover.

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