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In The Flesh Tour (Animals Tour): la Sliding Door dei Pink Floyd

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Quando ascolto Animals, immagino di avere una macchina del tempo.
Immagino di fermarmi all’Animals Tour, ufficialmente In The Flesh Tour, e cambiare il corso della storia dei Pink Floyd.
In una certa data, vedrei il gruppo mettere in scena il loro decimo album, suonare l’intero Wish You Were Here e poi entrare in una sliding door.
Ecco, proverei a evitare quella porta.
Solo per vedere l’effetto che fa, intendiamoci; azzererei subito le modifiche al futuro, perché senza quel concerto forse The Wall non sarebbe nato.
E quel giorno non deve arrivare, in nessun tempo e in nessuna dimensione.

Non era un giorno ma una notte.

La notte che cambia la carriera dei Pink Floyd è una notte di inizio luglio; Animals è in circolazione da sei mesi, per The Wall manca davvero poco.

É una notte di urla, confusione e petardi illuminata dai fari dell’Olympic Stadium di Montreal, Canada.

Il 6 luglio 1977 va in scena ultima data dell’In The Flesh Tour (Animals Tour). Nella stessa sera la carriera del gruppo rock Pink Floyd, cambierà.

Quella notte, a Montreal, da una parte ci sono i Pink Floyd. Sono ancora in quattro, sono ancora un vero gruppo.

Dall’altra ci sono 80.000 persone in carne e ossa (in the flesh), felici, agitate e rumorose.

Soprattutto rumorose.

Gli ingredienti per la miscela esplosiva che spalanca lo spartiacque sono due.

Il primo è un impianto audio non adatto a uno stadio grande come quello. Il risultato è un suono scadente, distorto e un’esibizione troppo sotto la media per una band del loro livello.

Il secondo sono migliaia di persone in preda a eccitazione, stanchezza e frustrazione. Il risultato è scoperchiare il vaso di Pandora.

Il pubblico urla e si agita, sembra una rivolta più che un concerto. Povate a chiedere a quelli delle file in fondo se sentono qualcosa a parte la batteria di Nick Mason.

Le transenne sembrano dotate di vita propria perché c’è chi sta spingendo, c’è chi vorrebbe ascoltare e non può e chi non vuole saperne di ascoltare. Forse qualcuno vuole salire sul palco?

Chi sono i veri fan in questo stadio, stasera?

Devono essere questi (più o meno) i pensieri di Roger Waters mentre si appresta a cantare Pigs On The Wing, a una manciata di secondi alla sliding door.

Chitarra acustica, poi Waters inizia a cantare “If you didn’t care what happened to me..” ci prova, quando un petardo lanciato da un punto imprecisato nel buio ma che sembra viaggiare nel tempo gli esplode sopra la testa. Una bomba. Booom.

Tutto si ferma. Anche il tempo. Waters smette di suonare, tesissimo, e inizia a parlare con le persone in prima fila.

Non chiede come sta andando la serata, né si informa sull’ottima marca dei petardi. Sembra più una dichiarazione di guerra.

Waters si sarà chiesto: “É un concerto, questo?”

Mattone.

Seguono grida, insulti, gestacci e poi, al massimo della tensione, Roger sputa a un ragazzo in mezzo al gruppo che continua ad agitarsi per nulla.

Questa è la sliding door.

Al di là della porta c’è The Wall, un album che parla di isolamento, il sentimento più vicino a Roger Waters in questo momento.

Waters inizia a farsi delle domande e mette un muro tra lui e il pubblico.

Si interroga su cosa sono diventati i Pink Floyd e che rapporto hanno con i fans.

Mattone. Mattone.

Siamo una macchina da numeri? Quattro persone che suonano a uno stadio vuoto? E intanto mattone. Mattone.

Ma uno sputo, per quanto significato possa avere, da solo non significa niente.

C’è qualcosa di più profondo dentro la mente e il cuore di Roger Waters, qualcosa che ora cerca di farsi spazio per uscire.

Waters aveva già un bel po’ di mattoni messi da parte, ma l’ultima data dell’Animals Tour è l’argine del fiume che finalmente si rompe.

Chi è davvero un fan? (“We’re gonna find out where your fans really stand!” – In The Flesh)

Sotto la luna di Montreal Waters si sta chiedendo chi è lì per ascoltare la musica, chi davvero sta cercando di sentire la sua voce e quella di Gilmour in mezzo a tutto quel casino.

E chi è lì per altri motivi.

Il bassista dei Pink Floyd deve aver capito che hanno raggiunto quel punto perché si sono isolati dal loro pubblico, ma deve essere successo tutto velocemente perché, subito dopo Montreal, Roger Waters inizia a scrivere.

In pochi mesi compone materiale buono per tre album.

La demo Bricks In The Wall, un’altra cosa deliziosa chiamata The Pros And Cons Of Hitch Hiking e altri pezzi sparsi.

Alcuni finiranno in The Final Cut, altri resteranno inediti e prenderanno il nome di Spare Bricks (mattoni sparsi).

Fa scegliere ai Pink Floyd quale album preferiscono suonare insieme.

L’altro sarà un lavoro solista, e davvero non c’è da sorprendersi del fatto che si stava isolando anche dal suo gruppo.

I Pink Floyd scelgono Bricks In The Wall, che diventerà il più enigmatico, incombente e lapidario The Wall.

Un album pieno di dolore, rabbia e paranoia. Così attuale che sembra uscito due ore fa.

La storia di Pink si snoda tra la sua infanzia, i genitori, la mancanza del padre, la guerra, la scuola, la moglie, i tradimenti, la solitudine e l’isolamento, soprattutto l’isolamento da tutti partendo dai suoi fans.

Pink fa parte di una band, come Waters.

Pink è Roger nella mancanza del padre e l’isolamento dal pubblico.

Eppure è anche Syd Barrett, con le sue manie, le sue dipendenze, il suo isolamento da tutti.

Eppure siamo anche tutti noi, perché se guardiamo bene c’è un po’ di The Wall dentro ognuno di noi.

In The Flesh Tour è la porta che ha fatto nascere The Wall, anche se all’inizio era un album diverso da quello che conosciamo.

E il The Wall Tour non sarà come l’Animals Tour: quello del Muro sarà un tour spaziale, di cui abbiamo ancora la possibilità di godere grazie a delle autentiche e prodigiose registrazioni dal vivo sbucate dal nulla.

Qual è il modo migliore e più diretto di conoscere Pink e la sua storia?

Partendo dalla porta del Muro: la copertina di The Wall.

Quale tra queste 7 meraviglie è la tua preferita?
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By |2018-09-10T20:46:31+00:0010 settembre 2018|Categories: Leggendarie Curiosità sulla Musica|

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Amo la musica da quando sono un embrione. Se qualcuno mi chiedesse che tipo di musica mi piace, io risponderei "la bella musica, quella buona, che mi fa stare bene". Spazio in tutti i generi musicali e li ascolto tutti. Sono probabilmente l'ultima persona che potrebbe spiegare la musica da un punto di vista tecnico o recensire un disco, nonostante questo credo di essere una delle prime per passione verso questo mondo. Senza musica, non vivrei. Se potessi in questo sito chiamerei una persona esperta di ogni stile e genere musicale che conosciamo. Se potessi, allargherei gli orizzonti anche alla musica che non ho ascoltato e che forse, nella mia vita, non ascolterò mai. Ma questo non è il mondo del "se potessi", questo è il mondo reale. Il mondo di Legendary Cover.

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