Closing Time – Tom Waits (1973)

Copertina Originale: Calvin Schenkel

VALORE VINILE DA COLLEZIONE

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BRANI DI CLOSING TIME
(TESTI, TRADUZIONI E SIGNIFICATO)

Conosco Tom Waits da soli tre anni, mi è sembrato interessante già da Closing Time, il suo album di debutto e il primo che ho ascoltato.

Era l’intuizione di aver scoperto un cantante molto bravo, di quelli che ti restano dentro, quella sferzata d’emozione mista a speranza che ti prende quando entri in contatto per la prima volta con canzoni nuove che ti piacciono.

É il momento in cui scopri nuovi brani suggestivi, e già pensi di scambiare un po’ della tua vita con un po’ della loro, cerchi conferme in tutto l’album, una speranza un po’ pretenziosa ma sincera, perché nel primo album di Tom la sincerità è tutto e con Closing Time le prime canzoni erano Ol’55 e I Hope That I Don’t Fall In Love With You.

Perché nella musica ci sono poche cose migliori di un album che puoi ascoltare per intero, dall’inizio alla fine, per tutta la sua durata, saltando di qua e di là perché sei tu a deciderlo e non è la mediocrità delle canzoni a importelo.

La fortuna è trovare un album intero da ascoltare.

Vuoi vedere che è il caso di Closing Time (mi dissi)?

Il suo inizio è un pianoforte che suona nostalgico e profondo, i primi secondi di Ol’55, un brano struggente sulla sua oldmobile.

Per arrivare dritti nello stomaco di una persona la comunicazione deve basarsi sulla semplicità, sul quotidiano, come la tua vecchia auto, compagna d’avventure, dentro la quale ti sentivi Dio.

Dopo dieci minuti di Closing Time avevo già la sensazione che Tom parlasse con una sincerità fuori dal comune, una schiettezza disarmante, senza virtuosismi, in modo umile, aiutandosi con il suo pianoforte, pochi strumenti nel momento giusto, e la sua voce.

La sua voce. Qui è già bella, particolare, ti si avvicina nonostante sia lontanissima dalla vera voce di Tom Waits.

Pian piano, durante quel primo ascolto, una buona intuizione si trasformava in valido indizio, per la precisione durante Old Shoes (& Picture Postcards) e Midnight Lullaby, a quel punto avevo la sensazione, con quell’album, di seguire una traccia molto promettente.

Tempo di arrivare a Martha e mi chiedevo dove diavolo fossi stato fino a quel momento, e mi fustigavo mentalmente per non aver mai ascoltato prima quel disco e quel cantante.

Proprio al culmine dell’album, nel momento di maggiore tensione emotiva, una carica di adrenalina pazzesca che non mi lascia parole per descrivere cosa significhi ascoltare Martha per la prima volta. É un attimo di sospensione. Tutto qui.

Non riuscivo a rispondere a quella mia domanda istintiva, cioè perché ci avessi messo così tanti anni a scoprire tutto questo, e il motivo è che c’era sempre quella voce che cantava di un vecchio amore finito e mai finito. E cantava. Continuava a cantare.

Raramente ho notato tanta sensibilità e dolcezza in un album sconosciuto.

Da quelle prime note di pianoforte erano passati diciotto minuti.

Diciotto minuti per avere la fortuna di perdersi in un album e trovare un intero mondo dentro un singolo artista. Forse, dentro una singola voce.

Ora, dopo tre anni, e molte ore con Tom Waits, lo conosco meglio.

Un giorno dirò che cosa rappresenta per me quell’uomo dalla voce grossa e rauca e profonda e blues e jazz e intrisa nel whisky e nelle cicche e lasciata asciugare fuori a giorni alterni di pioggia e sole, ma quel giorno non è oggi.

Perché oggi parliamo di Closing Time e della sua copertina, la prima di Tom Waits, un’immagine profonda per uno dei debutti più belli e profondi di sempre. Imho.

Quando Tom Waits non era ancora l’Orco di Pomona, perché quel timbro indescrivibile lo troverà solo cinque-barra-sei anni dopo.

Quando Tom Waits non era ancora nessuno, e per sua fortuna Herb Cohen era al Troubadour quella sera del 1971; e per nostra fortuna Cohen gli ha permesso di pubblicare Closing Time.

Quando Tom Waits cantava in locali notturni della sua California, tra San Diego e Los Angeles, non gli squallidi bar del capolavoro esistenziale di Rain Dogs ma luoghi dove la gente trascorre tempo in compagnia di musica, fumo, buio, la propria malinconia e cose da bere. Alcoliche.

Locali che somigliano a questa copertina: poche macchie di colore, luci su artista e strumento. Le cose importanti. Per il resto, buio totale.

Il pianoforte è il cuore della copertina insieme a Tom, perché nell’album non serve altro che un cantante e il suo strumento principale per arrivarti dentro.

Il pianoforte era fisicamente a casa di Cal Schenkel, l’autore della copertina di Closing Time. Lo stesso delle copertine di Frank Zappa degli anni ’60-’70, da solo e con le Mothers Of Invention, e che scattò la foto a Captain Beefheart con la carpa davanti al viso nella storia pazzesca di Trout Mask Replica.

Tom Waits vuole che la sua prima copertina raffiguri lo stile musicale dell’album, e così la copertina di Closing Time è la vita di Tom, raccontata musicalmente nei brani, che diventa un’immagine.

Schenkel crea l’atmosfera di un locale notturno nel soggiorno di casa sua.

Tom si sorregge con il pianoforte, come se rischiasse di cadere, appoggiando la testa a un braccio e sfiorando i tasti con una mano chiusa a pugno, sconforto e una punta di rabbia in due semplici gesti, forse perché quella sera non ha più da cantare, probabilmente per motivi molto più profondi e segreti che ora, al termine di questa serata di musica, Tom è costretto nuovamente ad affrontare.

Sopra il pianoforte, una bottiglia che abbiamo tutti i motivi di credere che sia alcol, la benzina che gli permette di correre via dalla realtà.

L’orologio, in alto a destra, segna circa le quattro e venti. Senza dubbio A.M.

La lampada blu, sospesa sopra i capelli biondi di Tom, è l’unico vero colore della cover.

La copertina ha un vago senso di tristezza e malinconia. Schenkel riesce a riflettere nella copertina il senso di nostalgia, intimità e sofferenza di tutto l’album, come Tom voleva.

Tom Waits parla della sua vita personale, le sue passioni, i suoi amori, gli addii e la solitudine in uno modo così sincero e diretto che è come se ognuno di noi fosse suo amico.

Si concede a noi, sconosciuti, invisibili ascoltatori, con una semplicità propria della vita di tutti i giorni.

La sua vita di tutti i giorni nell’estate 1971 era anche il Troubadour, con un pianoforte, dove cantava cover e anche pezzi suoi.

In quel posto si raccontava, per chi voleva ascoltarlo e per chi voleva rispecchiarsi in lui, ma più che altro era il suo lavoro, il mezzo per andare avanti. Solo chi frequentava regolarmente quei tre, quattro locali californiani conosceva Tom Waits.

Herb Cohen non era un regular del Troubadour di Los Angeles ma una sera di quell’estate 1971 c’era anche lui seduto lì in mezzo. Quella sera canta Tom Waits.

È un caso unico, come raccontato da Cohen, un allineamento di circostanze a far sì che il produttore sia nel posto giusto al momento giusto.

Resteranno insieme fino al 1982, anno in cui Tom riuscì quasi a scrollarsi di dosso il suo manager, e lo stile blues-jazz tipico degli anni ’70, per esplorare altri stili.

Saranno gli anni della trilogia di Swordfishtrombones, Rain Dogs e Frank Wild Years, negli anni ’80 e i capolavori degli anni ’90, Bone Machine, The Black Rider e Mule Variations, e  grazie a Dio che Tom ha deciso di sperimentare, sempre con semplicità, gli strumenti giusti al momento giusto, e testi mozzafiato.

Quando hai una voce così ti basta poco altro per entrare nel cuore di una persona e Tom, da un colpo di fortuna, non ha sbagliato un colpo.

Ma ora è il Closing Time, l’orario di chiusura.

Tom Waits chiude una porta e inizia la sua carriera, con un album d’esordio emozionante, uno dei più belli, velato di tristezza, avvolto dalla suggestione, pieno di motivi per cantarlo e ascoltarlo.

Ascoltando i brani di questo meraviglioso album è chiaro che Tom ha solo iniziato a parlarci dei motivi, nella sua vita, che lo spingono a cantare.

Di quale copertina di Tom Waits vorresti conoscere la storia nel prossimo articolo (Rain Dogs c'è già)?
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