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La Copertina di Wish You Were Here, i Pink Floyd e Diversi Significati

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Wish You Were Here
Pink Floyd – 1975

Copertina Originale: Hipgnosis Studio

VALORE VINILE DA COLLEZIONE

TRACKLIST WISH YOU WERE HERE: TESTI E TRADUZIONI

Syd Barrett dovrebbe avere i diritti su Wish You Were Here perché i Pink Floyd lo scrivono grazie a lui, per lui e, nonostante il titolo, assieme a lui.

La magia è realtà dentro la finzione e la realtà è questa, ragazzi: la magia esiste.

Lo splendore di chitarra e sintetizzatori del nono album dei Pink Floyd, il loro album più difficile e la loro copertina più enigmatica, nasce a metà del 1975 negli Abbey Road Studios di Londra.

Facile che Waters, Gilmour, Wright e Mason abbiano attraversato lo stesso passaggio pedonale dei Beatles da gennaio a luglio 1975 per le registrazioni di Wish You Were Here.

Attraversano quella strada come un vero gruppo, infatti David Gilmour in un’intervista parlerà di qualcosa di magico, l’intesa che mancava in The Dark Side Of The Moon, l’unione che cercavano da sempre.

E pazienza se Roger Waters pensa che “se suoni in una band e suoni qualcosa a caso, prima o poi prende vita” perché stavolta il caso non c’entra, non dopo il 5 giugno 1975.

Wish You Were Here è l’unione di talentobisogno di dire qualcosa e gli eventi.

Già, gli eventi. Eventi difficili.

Wish You Were Here rappresenta le prime difficoltà dei Pink Floyd, la loro strada tutta in discesa ma con il sole negli occhi, una luce abbagliante che non ti fa vedere la carreggiata.

Ma nei momenti duri nascono le cose migliori: Wish You Were Here è considerato l’ultimo album composto, suonato e sentito dai Pink Floyd come un gruppo dove tutti pesano il 25% del totale.

Le cose cambieranno con Animals e soprattutto con The Wall e The Final Cut, in cui Roger Waters sarà vero deus ex machina.

Ma qui siamo nel 1975 e la magia per i Pink Floyd è aver trovato la quadratura del cerchio (passami il gioco di parole) senza lasciare nulla al caso. Ci penserà il caso a scombinare le carte inserendo l’elemento imprevedibile. E sarà importante per il significato di Wish You Were Here.

Significa molto. Significa quasi tutto.

I testi di Wish You Were Here sembrano gridare in ricordo di un vecchio amico e sono incisi, con le musiche, in sei mesi di registrazioni. Per cinque giorni alla settimana, per dieci ore al giorno.

Nelle migliaia di ore agli studi di Abbey Road le più indimenticabili sono quelle del 5 giugno 1975.

5 giugno 1975 – Abbey Road Studios

Quel giorno, per caso o per uno scherzo della vita, i Pink Floyd vedono un fantasma, perché magia può anche voler dire qualcuno che appare all’improvviso e scompare nel nulla poco dopo.

Quel giorno, il gruppo deve registrare una lunga suite di nove parti: “Shine On You Crazy Diamond”.

La canzone parla di amore e passione e delusione e black holes in the sky.

Realizzarla è stato difficile: prima doveva aprire l’album, poi chiuderlo, poi è da mettere in mezzo.

Il gruppo costruisce e smonta la canzone per aggiustarla e riadattarla, consapevoli che il pezzo è maledettamente lungo e importante.

I Pink Floyd, ufficialmente in quattro, si ritrovano tutti insieme per le registrazioni delle parti vocali il 5 giugno 1975.

Letteralmente tutti insieme.

Qualcuno torna

Roger Waters sta lavorando seduto a un tavolo, Wright gli siede accanto.

Nessuno dei due riconosce il tizio calvo seduto dietro con due borse della spesa in mano.

Rick: “Ma chi è?”

Roger: “Non lo so”

Rick: “Ho pensato, sarà amico di Roger…”

Roger: “No, non so chi sia”

Nessuno lo riconosce ma tutti l’avevano visto due giorni prima a una festa per l’imminente uscita di Wish You Were Here.

Difficile non notarlo nell’eleganza generale dell’evento. L’uomo si aggirava come uno spettro, trasandato e sovrappeso, completamente calvo comprese le sopracciglia, e con due borse della spesa in mano.

Richard Wright era rimasto scosso perché l’uomo, per nessun apparente motivo, continuava a spazzolarsi i denti. Gilmour ammetterà che a vederlo vagare era “terribile, assolutamente terribile”.

I vecchi amici dovrebbero riconoscersi anche solo da uno sguardo (quello sguardo, poi…) anche dopo dieci anni, ma non stavolta.

Nessuno riconosce Syd Barrett, che entra in sala di registrazione proprio mentre i Pink Floyd stanno provando le parti vocali di Shine On You Crazy Diamond, la canzone che celebra Syd in tutto, nel bene e nel male, nella passione e nella delusione, nella buona e cattiva sorte.

Nell’amore e nella critica dei suoi ex compagni e in modo particolare di Roger Waters.

Proprio in quel momento l’ironico e bastardo caso lo spinge in sala d’incisione.

Ma tu ci credi che è stato un caso?

Syd Barrett, ammesso che quello sia Syd Barrett, da principale fondatore dei Pink Floyd era diventato irriconoscibile.

Qualcuno gli chiede come ha fatto a diventare così grasso.

Lui risponde che il suo frigorifero è grande e pieno di carne di maiale.

Forse sapeva che è lui il motivo per cui Wish You Were Here s’intitola così, forse in un sogno aveva sentito che il testo di Shine On You Crazy Diamond diceva “Nobody knows where you are, How near or how far, forse il suo cuore gli diceva che non era finita.

Per un motivo o per l’altro, il mai dimenticato e sempre amato Syd Barrett è vicino a loro dopo tanti anni.

Quando David Gilmour lo riconosce, dopo un’ora, il momento di commozione è così intenso che nessuno ha più voglia di provare.

Waters piange vedendo il suo caro amico in quello stato. Lo stesso fa Barrett ma poi, consapevole che quella è la sua band come quelli sono gli Abbey Road Studios, chiede a Roger:

“Quando posso registrare le mie parti di chitarra?”

E Roger, per non farlo star male, gli risponde che l’album è finito i pezzi di chitarra sono già tutti registrati.

Non era del tutto vero. Mancano le parti vocali, anche se quel giorno nessuno aveva tanta voglia di parlare, e ci vuole anche la copertina.

Per i Pink Floyd il significato del loro album e di quella giornata è dentro la copertina di Wish You Were Here, opera di Storm Thorgerson e l’Hipgnosis Studio.

La copertina di Wish You Were Here

Il significato della copertina di Wish You Were non è semplice da intuire a prima vista.

Hipgnosis, ovviamente, azzecca in pieno il concept dei Pink Floyd.

Lo specchio di un album profondo è una copertina profonda, facile solo da descrivere.

Due uomini in giacca e cravatta si stringono la mano nel soleggiato sfondo di magazzini, una zona industriale deserta, in contrasto con l’eleganza dei due uomini.

L’uomo a sinistra indossa abiti da manager e occhiali da sole; il tizio a destra sembra un sosia, è in ombra come se fosse il suo doppelganger, una copia oscura, infatti ha il volto oscurato.

Inoltre è avvolto dalle fiamme.

A vedere per la prima volta la copertina anche un bambino si chiede: perché? Che cosa vuol dire?

Come sempre, Storm Thorgerson e Hipgnosis realizzano la copertina ascoltando la musica, leggendo i testi e capendo che cosa comunica il disco.

Era il metodo di lavoro Hipgnosis.

La visione della cover nasceva nella testa di Thorgerson o di Aubrey Powell, a volte addirittura nei loro sogni.

Con Wish You Were Here questo non accade.

Nonostante Hipgnosis e i Pink Floyd vadano d’amore e d’accordo dai tempi di Ummagumma, al punto che non c’era il bisogno di aspettare il parere del gruppo su un’immagine, a volte non sapendo nemmeno che immagine fosse, stavolta le cose vanno diversamente.

Thorgerson, Powell e i Pink Floyd parlano a lungo e si confrontano sul concept perché mai come questa volta la copertina dovrà gridare lo stesso messaggio dell’album.

Dalle lunghe chiacchierate con la band per vedere cosa e come e perché, Thorgerson coglie al volo il pensiero che torna e ritorna nelle loro parole, come un’ossessione: l’assenza.

Assenza, il primo concept di Wish You Were Here

Alzi la mano chi avrebbe detto che il significato della cover di Wish You Were Here fosse l’assenza. Nessuna mano alzata, molto bene.

La ripetizione e, come la chiama Thorgerson “l’esposizione allo splendore” di Shine On You Crazy Diamond, porta al tema principale della copertina: l’assenza.

É inevitabile, manca Syd Barrett. Vorrei tu fossi qui, anche se non ci sei.

Tra i versi di Wish You Were Here dall’inizio alla fine, saltando forse Welcome To The Machine e Have A Cigar, c’è un continuo e disperato richiamo al loro amico che non avrebbe dovuto lasciarli, un rimprovero perché il principale fondatore dei Pink Floyd avrebbe dovuto fare di più per rimanere a galla.

Ma non c’è solo assenza di Barrett.

Per Waters manca lo spirito da camerata e la genuinità dei primi anni.

C’è assenza di sentimenti, morale e umanità nel settore musicale, il mondo che conoscono meglio, e allora tutte le mancanze, i distacchi e le lontananze confluiscono nel gruppo: quattro amici, una volta cinque, per motivi di età e di maturità, rock star deformate dal business della musica, ora non sono quelli di prima.

É stupefacente che questa evoluzione mentale nella storia dei Pink Floyd avvenga proprio all’apice della loro creatività di gruppo.

Hipgnosis ha l’idea dei due uomini che si stringono la mano, e in quest’immagine c’è un intero mondo.

La visione esce da “Have A Cigar”, brano sull’ipocrisia e il marcio dell’industria discografica, che stende tappeti rossi sugli artisti, gasandoli e facendoli scoppiare, arricchendosi alle loro spalle, pronta a togliere loro il tappeto da sotto i piedi quando non camminano più bene.

A volte, non sapendo nemmeno i nomi degli artisti (“Oh, by the way, which one’s Pink?”)

La stretta di mano è un segno di amicizia e di pace. Nel lavoro è un gesto che conclude un accordo, un contratto.

Per Hipgnosis stringersi la mano è un gesto vuoto e automatico, senza un vero significato se non apparente, come una maschera.

Entrambi gli uomini della copertina di Wish You Were Here si stringono la mano nascondendosi: uno ha gli occhiali da sole, e non si fa vedere negli occhi, l’altro è una vera ombra.

Una stretta di mano meccanica, robotizzata, anonima.

Il fuoco è la tendenza delle persone a nascondere i sentimenti e le emozioni per paura di bruciarsi e farsi del male.

Una stretta di mano può bruciarti. Puoi rimanere fregato dall’industria discografica, puoi rimanere deluso da un amico, quindi perché rischiare di scottarsi?

Meglio eclissare i propri sentimenti.

E l’assenza c’è anche nelle altre immagini nella copertina di Wish You Were Here.

Il Venditore – Floyd’s Salesman

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L’immagine in back cover, una foto che Powell scatta nel deserto di Yuma, in California, si chiamaThe Salesman e colpisce come un pugno.

Un uomo invisibile in giacca e cravatta e cappello elegante, molto simile a un businessman, porge un vinile trasparente.

Ha una valigia ai suoi piedi, simbolo di viaggio ma anche, forse, contenitore di sogni, progetti e idee degli altri. Degli artisti, c’è da credere.

The Salesman è la personale, quasi onirica visione di Thorgerson del “venditore dei Floyd” come spiegato in un’intervista del 1997 a Craig Bailey, simbolo della vuota ipocrisia dell’industria discografica.

Un personaggio inconsistente, senza faccia e senz’anima, che vende un disco della band come metafora del “vendere la propria anima” e rende il proprio vestito, cioè il ruolo nell’industria musicale, vuoto e privo di importanza.

Intorno a lui, come agli uomini in front cover, il deserto.

Il segno della bruciatura sotto indica che il fuoco nella front cover ha raggiunto la back cover.

Le due immagini prendono fuoco e sono contornate da spazio vuoto, come due cartoline, ad aumentare il senso di dissolvenza della copertina.

Inner Sleeve – The Diver (il tuffatore)

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Nella copertina interna di Wish You Were Here ci sono altre due immagini.

La prima è il tuffatore, “The Diver”, altra foto di Aubrey Powell nello splendido lago alcalino di Mono, sempre in California.

Negli anni l’immagine diventerà un pezzo da collezione ricercato in aste da capogiro, e disponibile in varie misure.

Il tuffatore comunica assenza, perché in realtà non si vede: vediamo solo le sue gambe ed è curioso notare che il tuffo non provoca il minimo schizzo d’acqua, per cui anche il tuffo non c’è.

La versione originale giapponese in vinile di Wish You Were Here, versione di 44 anni d’età, includeva un poster molto grande del tuffatore.

Il velo rosso

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La seconda immagine nella copertina interna è un velo rosso che si muove nel vento.

La donna che si muove all’interno del velo, e con il vento, è assente a prima vista, solo perché l’occhio non la vede.

Però c’è. Dobbiamo osservarla attentamente per vederne la forma ed è più facile distinguerla in una copertina di vinile, molto più grande.

Le due immagini nel gatefold descrivono l’assenza in due modi opposti: il tuffatore con una sensazione di immobilità, la donna nel velo con la percezione del movimento.

Il Makin’-Of della Copertina e il Trucco di Hipgnosis

Hipgnosis scatta la foto di Wish You Were Here, una semplice quanto rischiosa stretta di mano, negli studi cinematografici della Warner Bros a Burbank, in California.

Questo luogo per due motivi: il primo è la sicurezza, data dagli spazi aperti, considerando cosa avevano in mente di fare, il secondo è puramente simbolico.

Il quartier generale della Warner Bors è la più grande casa della finzione in tutti gli Stati Uniti, dove “niente è reale, tutto è assente e puoi credere a tutto” come dirà Aubrey Powell.

E le centinaia di film girati lì dentro non erano tutte finzioni?

Nei caseggiati bassi e tutti uguali c’è ogni tipo di paesaggio, le più svariate scenografie e ogni trucco immaginabile per dar vita a mille realtà diverse. Soltanto una volta fuori da quei casermoni ritornavi in California.

In quel labirinto di corridoi all’aperto, due uomini si stringono la mano nell’incrocio tra il ventesimo e ventiduesimo stabilimento.

Hipgnosis assume due stuntmen di Hollywood, Ronnie Rondell Jr e Danny Rogers.

Due stuntmen, e non due semplici attori, perché uno dei due prenderà fuoco e l’altro sarà abbastanza vicino alle fiamme da correre un bel rischio.

Ma è scritto nelle stelle che niente in Wish You Were Here deve essere semplice, dunque la natura ci mette del suo e quel giorno libera un vento forte e imprevedibile.

Vento e fuoco sono due amici che si scatenano se s’incontrano.

Il vento costringe Hipgnosis a fare le capriole per la foto e, ironico a dirsi visto il messaggio di Wish You Were Here, a ricorrere a un piccolo trucco per realizzare la copertina.

Rondell è il temerario che deve essere dato alle fiamme e comparire a destra della foto.

Ma il vento tira proprio in quella direzione e accenderlo in quel modo vuol dire avvolgerlo dalle fiamme. Ipotesi che per poco succederà, in ogni caso.

Rondell allora si posiziona a sinistra, con il vento a favore, e Rogers a destra. I due uomini si stringono la mano con la sinistra.

Rondell non esce indenne da questo scatto, nonostante la tuta ignifuga sotto la giacca, perché una folata di vento fa compiere una capriola al fuoco dalla schiena di Rondell verso la sua faccia, bruciandogli sopracciglia e baffi e costringendolo a muoversi.

Nel documentario del 2012 “Pink Floyd: The Story of Wish You Were Here” Rondell dirà di non aver avuto nessun problema quel giorno, abituato com’era a girare molte scene completamente avvolto dal fuoco e consapevole che il bello del fuoco è che se ti prendeva ti costringeva a muoverti, dunque sì ragazzi, nella copertina di Wish You Were Here le fiamme solo sulla schiena sono una passeggiata di salute.

Una volta scattate le foto Hipgnosis inverte l’immagine nella camera oscuraposizionando l’infuocato Rondell a destra e Rogers a sinistra, e realizzando due versioni della cover di Wish You Were Here.

La prima, per il mercato inglese e il resto del mondo, su una pellicola standard da 35 mm.

La seconda, riservata agli Stati Uniti, su una pellicola da 120 mm.

La versione inglese è riconoscibile perché Rondell, avvolto dalle fiamme, è sbilanciato in avanti verso Rogers.

In quella americana Rondell ha la schiena dritta e molto più fuoco intorno a sé. Inoltre, puoi anche vedergli un po’ di volto.

Almeno quindici foto, quel giorno. Oggi, Wish You Were Here, ha 43 anni. Nel corso di quarant’anni sono state prodotte diverse edizioni in vinile o cd, capire a quale edizione corrisponde quale foto non è semplice.

Secondo alcuni critici aver fatto due copertine non è stato solo un capriccio dei Pink Floyd e Hipgnosis, ma un messaggio subliminale ai due mercati discografici.

Nessuno ha mai detto cosa voglia comunicare Hipgnosis creando due copertine diverse, così come non è chiaro perché, il giorno dello scatto, hanno voluto a tutti i costi l’uomo avvolto dal fuoco a destra, addirittura modificando la foto in produzione, invece di lasciarlo semplicemente a sinistra nella copertina.

Ma i capricci di Hipgnosis e i Pink Floyd non sono ancora finiti.

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Versione americana della copertina

Il pacchetto regalo di Hipgnosis

Thorgerson e Powell avvolgono la vera copertina con una pellicola nera, firmandosi con una stretta di mano meccanica.

Ti ricordi? Stretta di mano robotizzata, stretta di mano non umana, vuota.

Nei negozi, il vinile di Wish You Were Here appare con una copertina diversa, come un pacco regalo, ma solo Hipgnosis, i Pink Floyd potevano saperlo. Quanto alle case discografiche, HarvestColumbia, l’idea è ovviamente pessima, ma nessuno riuscirà a imporsi sul gruppo.

Proprio George Hardie realizza la stretta di mano meccanica, proprio lui, artefice di uno dei loghi-immagini-grafiche-simboli più famosi, gloriosi e utilizzati nella storia: il prisma di The Dark Side Of The Moon.

La pellicola nera può sembrare una stravaganza del momento, ma è uno degli elementi più simbolici e psicologici della copertina.

In Wish You Were Here niente è casuale (neanche la comparsa di Syd Barrett in sala di registrazione) allora Hipgnosis sceglie volutamente di farsi pubblicità nascondendo la vera copertina.

Una copertina complicata e costosa che a rigor di logica avrebbe dovuto essere portata su un piatto d’argento è assente, almeno a prima vista.

Con questo gesto Hipgnosis fa un favore ai Pink Floyd, perché la cover nella cover è la ciliegina sulla torta del loro cinismo nei confronti dell’industria musicale.

E ancora più sottilmente psicologico, come dirà Aubrey Powell a Craig Bailey nel 2015, è che una persona non poteva sapere che copertina aveva davanti.

Il vinile di Wish You Were Here era un quadrato nero opaco con un logo sconosciuto, dunque l’effetto sorpresa era massimo.

Era eccitante pensare alla reazione di una persona che acquistava il disco non immaginando cosa avrebbe trovato una volta tagliata la plastica nera che avvolgeva la vera cover.

Storm Thorgerson, in un’altra intervista a Craig Bailey del 1997, racconterà di conoscere persone che non tolsero mai il velo di plastica nero attorno al vinile ma tirarono fuori il disco tagliando la copertina.

Non sappiamo se è realtà o leggenda ma nel mondo potrebbe esserci qualcuno che ha ancora il vinile di Wish You Were Here illibato, con l’uomo in fiamme ancora nascosto.

Se è vero, c’è da augurarsi che da qualcuno abbia detto loro che quella non è la vera copertina di Wish You Were Here.

Ma ormai sappiamo che in Wish You Were Here nulla è come sembra e niente è casuale (nemmeno la comparsa di Syd Barrett in sala di registrazione) per cui occorre pazienza per scoprire l’album, non fermandosi all’involucro esterno della copertina come non ci si ferma ai primi minuti di Shine On You Crazy Diamond.

Quell’inizio, di una bellezza commovente per tutti noi, andava contro le vendite secondo la casa discografica.

Ma questo non importa perché Wish You Were Here va contro la casa discografica.

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Contro l’industria musicale: il secondo concept di Wish You Were Here

Ah, le case discografiche.

Non potevi fare nulla senza di loro ma avresti fatto benissimo a meno di loro.

Harvest e Columbia erano preoccupate per le scelte stilistiche dei Pink Floyd.

Del resto, grazie al gruppo erano sedute in prima classe sul treno dei soldi facili (And Did They Tell You The Name Of Game, Boy, We Call It ‘Riding The Gravy Train’!) dopo il successo di The Dark Side Of The Moon.

Shine On You Crazy Diamond e la copertina nascosta potevano far precipitare le vendite di Wish You Were Here, per eccellenza uno degli album più sottilmente e mentalmente contro l’industria musicale, creatura meccanica che vive nutrendosi del talento di gruppi e artisti, guadagnando milioni grazie al genio di qualcun altro.

Poi sputa gli avanzi quando l’artista finisce di servire.

I Pink Floyd non dedicano solamente Wish You Were Here a Syd Barrett, lo scrivono per lui.

In questo senso, nei versi di Waters c’è anche un’accusa alle case discografiche per il crollo del loro amico.

Avevano comandato Syd, e ora stanno facendo lo stesso con loro quattro. Solo che Syd sono riusciti a spezzarlo.

E allora Wish You Were Here per l’ultima volta sembra dar voce a Syd, tra melodie cristalline, parole sospese tra destino e condanna e incessanti atmosfere da brividi, colpendo in pieno il business della musica.

Poi tocca corde molto più fragili e sottili, quasi invisibili, come quel minuto 4:34 di Shine On You Crazy Diamond che, non so te, ma personalmente mi porta da qualche parte.

Ogni volta.

Waters divide la suite in ouverture e chiusura dell’album, come farà in Animals con la prima parte e seconda parte di Pigs On The Wing.

Piazzare una parte all’inizio e una alla fine, è uno dei marchi di fabbrica di Waters e serve per avvolgere le canzoni intermedie in una coperta calda. Lui è maestro in questo.

Questa scelta provoca una delle primissime scosse nei Pink Floyd, perché per la prima volta Roger Waters sta decidendo da solo.

Lo farà dal 1976 al 1983.

Waters vuole decidere anche le parti vocali, quelle da registrare il 5 giugno 1975, pretendendo di cantare di più, lui che cantante non è.

Sta diventando un one-man-band ma Gilmour chiama Roy Harper a cantare Have A Cigar, perché non considera Waters all’altezza.

Waters, che registra le sue parti vocali numerose volte, insoddisfatto, facendo slittare ulteriormente l’uscita dell’album e rendendolo, anche per questo, un album stremante per tutti.

Negli anni seguenti gli altri lo lasceranno fare, forse rendendo le cose più facili per tutti. Roger canterà sempre più, fino a dar voce a tutti i brani. Con il tempo migliorerà molto, e deciderà.

Ma non il 5 giugno 1975: quel giorno Roger Waters non decide nulla.

Sarà spettatore degli eventi.

Qualcuno va

Il giorno in cui Syd Barrett si materializza agli Abbey Road Studios procede con normalità.

I cinque Floyd vanno a pranzo, parlano e ascoltano Shine On You Crazy Diamond.

Qualcuno chiede a Syd cosa ne pensa e lui liquida la pratica con un “suona un po’ vecchio”.

Nessuno gli dice che il brano è per lui. Non avrebbe fatto alcuna differenza.

Wish You Were Here, l’album dei Pink Floyd dedicato a Syd Barrett, è quasi pronto, e Syd Barrett con la stessa disinvoltura con cui è comparso si eclisserà fino al giorno della sua morte.

Andrà via senza salutare e non rivedrà più nessuno. Roger Waters lo incrocerà dopo trent’anni, per caso, durante un giorno di shopping a Londra.

Per caso. Destino beffardo.

Roger Waters dirà che il testo del brano che dà titolo all’album ha dentro “the indefinable melancholy about the disappearance of Syd”. L’indefinibile malinconia della sparizione di Syd.

Syd che ormai non aveva impegni di alcun tipo.

Con la musica aveva chiuso l’anno prima.

Wish You Were Here esce il 12 settembre 1975 ed è un successo travolgente e immediato.

Centinaia di migliaia di copertine di pellicola nera con nascosta un’enigmatica stretta di mano tra due uomini, uno dei due in fiamme, finiscono in centinaia di migliaia di case in tutto il mondo.

Harvest e Columbia, alla faccia della crisi di vendita, dovranno ristampare i vinili per riuscire a soddisfare la domanda.

I Pink Floyd, con o senza Syd Barrett, aggiungono alla loro carriera l’album che, fino a quel momento, sta vendendo più copie in tutto il mondo e, come dirà più avanti Gilmour, “l’aver realizzato tutti i nostri sogni d’infanzia”.

Fama, denaro e donne non mancano, e non manca la confusione.

Tra qualche tempo a mancare saranno gli stimoli, e così qualcuno prenderà il sopravvento.

Non manca molto all’uscita di Animals.

Quale tra queste 7 meraviglie è la tua preferita?
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By |2019-03-31T18:19:01+00:0017 Aprile 2018|Categories: Copertine Vinili Famose|Tags: |

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Toglietemi la musica, tanto vale che mi togliete l'ossigeno per respirare. Mi piace la musica che riesce a entrarmi nella mente, quella buona, che mi fa stare bene e mi aiuta in diversi modi. Spazio in tutti i generi musicali e li ascolto tutti. Per me la musica è colore, il che è buffo visto che sono daltonico. Ogni canzone o album è un colore, a seconda dell'emozione o esperienza che il mio cervello associa. Il colore cambia se la canzone mi trasmette emozioni e sensazioni diverse da prima, se il mio rapporto con quell'album nel frattempo è cambiato. Colore vuol dire libertà, significa togliere le catene alla musica, senza classificarla. E questo vuole dire tutto. Con Legendary Cover provo a raccontarti qualcosa sulla musica, per passarti qualcosa e farti vedere un po' dei miei colori.

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