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L’Oggetto Misterioso di Presence contro la caduta dei Led Zeppelin

Presence – Led Zeppelin (1976)

Copertina Originale: Hipgnosis Studio

VALORE VINILE DA COLLEZIONE

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PRESENCE TRACKLIST
(TESTI, TRADUZIONI E SIGNIFICATO DEI BRANI)

I Led Zeppelin nel punto più alto della loro carriera. Tra pochi istanti inizia la discesa.

Quando Presence esce il 31 marzo 1976 Robert Plant è ancora su una sedia a rotelle per lo spaventoso incidente di Rodi, la moglie Maureen ha riacciuffato la propria vita per i capelli e il piccolo Karac è ancora vivo.

Tutti e tre erano presenti il 5 agosto 1975, giorno dell’incidente che, oltre a mettere a rischio quattro vite, fa sbandare il Dirigibile per la prima volta.

Una folata di vento che cambierà la loro rotta in modo irreversibile.

Karac Plant ha ancora poco più di un anno da vivere e i Led Zeppelin appena quattro.

Qualcosa in più se facciamo il conto preciso dei giorni, qualcosa in meno (molto meno) se pensiamo che per una rock band quattro anni sono come quattro giri di orologio.

Ma per ora sono vivi, gli Zeppelin, anche se malconci, non proprio vitali ma più che mai presenti.

Presenti, appunto, nel punto più alto della loro carriera dopo il botto di Physical Graffiti, l’album in cui tutte le tessere del domino si sono allineate alla perfezione con l’ennesimo successo di pubblico, applausi a scena aperta dalla critica (secondo e ultimo caso dopo IV), il perfetto equilibrio fisico, mentale, artistico tra loro quattro.

E questo non era ancora mai successo.

E se aggiungiamo che finalmente le case discografiche non ronzano più, perché la Swan Song è l’etichetta di Jimmy Page, allora il periodo è davvero il migliore di sempre. Eppure…

Eppure la loro carriera è un giro sulle montagne russe e Presence è un momento di pausa. Stop. Fermiamoci un attimo. Cerchiamo almeno di farlo, per ripartire.

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La giostra è al termine della salita principale e resta ferma quei due, tre secondi prima di iniziare la discesa. Ti prepari a scendere e magari tiri il fiato.

Perché prima o poi tutti gli ottovolanti che si rispettino conoscono la propria discesa e quella dei Led Zeppelin giunge, lieve ma improvvisa e quindi percepibile, nel post Physical Graffiti e quel 5 agosto 1975.

L’incidente automobilistico di Plant con Maureen, Karac e Scarlett, la figlioletta di Jimmy Page, dura cinque secondi ma le sue vibrazioni si sentono per mesi, forse anni, come un piccolo e feroce terremoto che crepa qualcosa in Robert Plant, come lui stesso dirà anni dopo.

E se nel cantante si spegne quella sua spensieratezza aggressiva e orgasmica, allora qualcosa fa inclinare pericolosamente anche la struttura del Dirigibile.

Come se la chimica di gruppo avesse subito una mutazione.

E questo è naturalmente impossibile.

The Object

Il settimo album dei Led Zeppelin è un colpo di reni, un tentativo di riprendere il controllo tirando giù la barra di comando, per riportare l’aereo in cieli più alti.

Una barra di comando che sarebbe molto simile all’oggetto misterioso protagonista della copertina di Presence. Questa sorta di joystick in versione anni ’70.

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Sì, perché dopo tre dirigibili nelle prime tre, il vecchio contadino nella quarta, fanciulli verso il sacrificio in Houses Of The Holy e un edificio newyorkese in Physical Graffiti, la cover di Presence ruota intorno a un oggetto nero, lungo e squadrato.

E sì, dalla forma fallica.

E sì, i Led Zeppelin hanno sempre messo l’erotismo in tutti i loro album ma forse qui il sesso c’entra poco o nulla.

Fosse un’invenzione di Page o Plant potrebbe venirci il dubbio, ma in Presence è ancora una volta Hipgnosis Studio a prendersi l’onore e l’onere di realizzare un’immagine che vincerà un grammy come miglior copertina nel 1977.

Hipgnosis che poi sono Storm Thorgerson e Aubrey Powell, una coppia indissolubile, due persone stravaganti e profonde le cui opere vanno sempre oltre il visibile, come abbiamo imparato a conoscerli qui.

Il monolite nero si chiama “The Object” o “The Obelisk” e ha un significato molto più profondo delle sue sembianze genitali.

Secondo alcuni è uno strumento esoterico con cui fare una pratica chiamata “transfer negativo”, ma per Jimmy Page è una scherzosa versione del monolite di 2001-Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick.

Allora noi di chi ci dobbiamo fidare, degli studiosi di occultismo o di Page, da sempre appassionato di arti magiche?

Tanto non fa nessuna differenza.

Nonostante il suo chiaro significato, nessuno ha mai chiarito veramente che cos’è questa cosa nera.

Thorgerson e Powell affermano che l’oggetto rappresenta “la forza e la presenza” dei Led Zeppelin.

“They were so powerful, they didn’t need to be there”

Erano così forti che non c’era bisogno che ci fossero.

Probabilmente Thorgerson parla del loro vigore e carisma di gruppo piuttosto che potenza nuda e cruda.

Tuttavia i Led Zeppelin non erano solo presenti pur senza esserlo, come vuole dirci Thorgerson, ma la loro presenza significa cose estremamente concrete, almeno fino a metà del 1975.

Vuol dire una band con una precisa identità di gruppo, quattro personalità distinte in cui il più tranquillo è John Paul Jones, un ragazzo comunque traboccante di carattere, il che ci lascia immaginare quanto personaggi possano essere gli altri tre.

Vuol dire avere abbastanza idee per essere divinità dell’hard rock, ma giocando con altri stili senza mai snaturarsi, un’evoluzione continua senza sbagliare un colpo.

Vuol dire ricevere pedate sulle palle dalle case discografiche e averne abbastanza, di palle, da andare avanti senza battere ciglio, vincendo molte battaglie prima di aprire la loro Swan Song.

Ma sopra la definizione di forza nei Led Zeppelin c’è la fotografia di un palco.

I live del gruppo erano trionfi di energia, sinergia e comunicazione a cui pochi artisti riuscivano ad avvicinarsi.

Almeno fino all’ottavo mese del settimo anno della loro carriera.

Ed è proprio dai concerti, continua dimostrazione di forza della band, che gli Zeppelin devono prendersi un riposo forzato dopo il temporale dell’estate 1975.

Robert Plant non può cantare da seduto, perché Robert Plant sul palco è incontenibile con braccia, gambe e inguine tanto quanto lo è con la propria voce. Da fermo non sarebbe Robert Plant. E senza Plant gli Zeppelin non sarebbero gli Zeppelin. Da ripetere con tutti e quattro.

Sempre. Per sempre.

Loro non sono una formula ma un atomo inscindibile.

Page e solo Page alla chitarra; Jones, e solo lui, al basso; non John Bonham alla batteria ma John Bonham è la batteria.

Già, nessun altro può suonare la batteria nei Led Zeppelin perché il gruppo diventerebbe un pupazzo di neve al sole. Come diventerà. Appunto.

Va da sé che un’alchimia così forte e perfetta permette al gruppo di avere una presenza fortissima ma fa dipendere la sua sopravvivenza alla presenza, fisica e mentale, di tutti e quattro. Loro quattro. Nessun sostituto, perché un rimpiazzo provocherebbe una mutazione.

E questo oggetto nero simile a un soprammobile da salotto serve a dire che gli Zeppelin sono presenti anche in questa copertina.

Nella copertina alcune persone osservano l’obelisco, altre ci interagiscono.

The Object sostituisce il gruppo in varie scene della vita di tutti i giorni. Scene all’apparenza normali.

Una famiglia sorridente può ammirare l’obelisco nel tavolo di un ristorante affacciato su un porticciolo, per esempio.

Il porto non è in Sardegna, come la scritta “Porto Cervo Marina”, quasi invisibile sotto una delle finestre sullo sfondo, lascerebbe intendere. In realtà è una scenografia montata nell’Earl’s Court Arena, a Londra.

L’ambiente di Porto Cervo era al centro del Boat Show annuale per l’inverno ’74-’75 e gli Zeppelin avevano suonato lì nel maggio dello stesso anno.

The Object può essere visto come un vinile da quattro ragazzi che ascoltano musica e può comparire, non ci è concesso sapere il perché (o forse sì), in un campo da golf

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In luoghi esterni come un prato o a bordo piscina, oppure all’interno di una catena di montaggio…

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Ma anche (perché no?) nello studio di un pediatra come stetoscopio o in posa per una foto in montagna.

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Può essere messo in cassaforte come i soldi, o può finire sopra la cattedra di un’insegnante, che misura l’altezza di un bambino basandosi sull’obelisco. E boccoli biondi, dietro la maestra, è la stessa bambina della copertina di Houses Of The Holy.

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Thorgerson suggerisce il titolo “Obelisk” a Page per il settimo album dei Led Zeppelin, ma per il chitarrista è più importante cosa si nasconde dietro l’oggetto.

Cosa si nasconde dietro?

La prima volta che vidi questa copertina non pensai a niente di particolare.

Ammetto di aver dato per buona la versione ufficiale del suo significato, che l’obelisco sostituisca il gruppo. Ma più ci penso più non ci credo del tutto.

Cioè, a istinto credo non sia una semplice sostituzione perché, scorrendo le storie delle altre copertine dei Led Zeppelin, conosciamo un gruppo incline al mistero e alla comunicazione attraverso simboli e immagini tanto quanto adora l’hard rock.

E allora più guardo le foto più mi convinco che sì, un po’ l’obelisco sostituisce il gruppo, ma anche che tutte le persone nella copertina di Presence lo vedono al posto di un altro oggetto.

Il vero oggetto che in ogni foto si nasconde dietro The Object.

Qualunque esso sia.

Quattro anni

Presence è un colpo di tosse in una stanza incasinata, per confermare la presenza dei Led Zeppelin.

Un colpo di tosse forte e poderoso.

É una curva per uscire dalla brutta parentesi dalla seconda metà del ’75 e l’inizio ’76, sperando che lo scricchiolio nella fusoliera del Dirigibile sia solo un incidente di percorso, senza ripercussioni.

Le persone scipperanno Presence come avevano fatto con gli altri album dei Led Zeppelin. Primo posto oltreoceano e oltre la Manica. Tiepidi plausi dalla critica. Non sia mai fare un back-to-back di critici.

La Swan Song promuoverà l’album producendo mille Object neri. Monoliti da collezione, oggetti da tenere in mostra che ricordano quando i Led Zeppelin erano più che mai vivi.

Perché quello era solo un brutto periodo, no?

Mancano due mesi alla morte di Keith Relf, grande amico di Page e Plant negli Yardbird, il primo di una serie di eventi sfortunati che somigliano a ciò che, nell’immaginario collettivo, prende il nome di “maledizione”.

Manca almeno un anno prima che la loro carriera inizi ad andare definitivamente a rotoli e più di tre anni per In Through The Out Door, il loro sipario.

Un album dopo tre anni, per loro che ne avevano pubblicati sette in otto anni, è un casino di tempo.

E facendo caso al titolo azzeccato, In Through The Out Door, persino significativo per come andranno le cose, anche se nessuno, se non lo sceneggiatore che ha scritto la storia dei Led Zeppelin, poteva saperlo.

Perché c’è senza dubbio uno sceneggiatore.

E per ora c’è anche il Dirigibile.

Per ora.

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Cosa pensi del penultimo capitolo dei Led Zeppelin?
By |2019-04-06T09:42:02+00:004 Aprile 2019|Categories: Copertine Vinili Famose|Tags: |

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Toglietemi la musica, tanto vale che mi togliete l'ossigeno per respirare. Mi piace la musica che riesce a entrarmi nella mente, quella buona, che mi fa stare bene e mi aiuta in diversi modi. Spazio in tutti i generi musicali e li ascolto tutti. Per me la musica è colore, il che è buffo visto che sono daltonico. Ogni canzone o album è un colore, a seconda dell'emozione o esperienza che il mio cervello associa. Il colore cambia se la canzone mi trasmette emozioni e sensazioni diverse da prima, se il mio rapporto con quell'album nel frattempo è cambiato. Colore vuol dire libertà, significa togliere le catene alla musica, senza classificarla. E questo vuole dire tutto. Con Legendary Cover provo a raccontarti qualcosa sulla musica, per passarti qualcosa e farti vedere un po' dei miei colori.

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