In The Court Of The Crimson King – King Crimson (1969)

Copertina Originale: Barry Godber

VALORE VINILE DA COLLEZIONE

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IN THE COURT OF THE CRIMSON KING TRACKLIST
(TESTI e TRADUZIONI)

Cinquant’anni sembra mezza eternità eppure è una goccia nell’oceano del tempo, la parolina magica di oggi, le cinque lettere che fanno di In The Court Of The Crimson King un album immortale: il tempo.

É passato tanto tempo dal mio primo incontro con quest’album ma il primo pensiero lo ricordo bene: “questo viso è troppo vicino”.

Di cosa ha paura? Che cosa ha visto?

Me lo sono sempre chiesto. La faccia è incollata al piccolo quadrato della copertina come se l’uomo (perché è sicuramente un uomo) cercasse l’aria e lo spazio per scappare via, incapace di trattenere l’urlo.

I suoi lineamenti sono alterati. Fronte, mento e mascelle fuoriescono dalla copertina.

Anche le orecchie, ma questo l’avrei capito dopo.

Non avevo ancora ascoltato l’album, mi sono fermato solo un attimo davanti a quel grido, dentro quel grido e mi sembrava, contro ogni probabilità, che il viso si avvicinasse sempre di più.

Ho pensato a un volto contro un vetro. Ora penso che la fantasia a volte può avvicinarsi molto alla realtà.

Ma è solo arrivando in fondo a In The Court Of The Crimson King con il libricino dei testi, leggendo e soprattutto capendo le parole, che tutto ha avuto un senso. Tutto. Anche la copertina.

Da un punto di domanda era diventata un’immagine più che normale, giusta, sacrosanta.

Non ricordo quando è stata questa benedetta prima volta ma immagino in qualche momento tra il 1969 e oggi.

Qui il tempo scivola via come sabbia tra le dita, e tra poche settimane saranno cinquanta.

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1969-2019. Fantascienza.

Cinquant’anni dal 10 ottobre 1969, il giorno in cui il primissimo piano del 21st Century Schizoid Man debutta sulla copertina del primo album dei King Crimson.

Mezzo secolo con un volto a riempire ogni millimetro di una cover che non è quadrata, ma ha la forma di una faccia.

La faccia urlante più mitica, surreale e intrigante della musica è un dipinto alterato del vero viso di Barry Godber, il giovane artista autore di questo capolavoro assoluto per un album elevato allo status di pietra miliare sopra ogni genere musicale.

Barry Gobder, prima di essere artista era un programmatore di computer, un lavoro fantastico, quasi fantascientifico in quegli anni.

Ma è “artista” prima di “programmatore” perché nell’unica chance che la vita gli ha concesso, ci ha lasciato un gioiellino di copertina che negli anni dei primi King Crimson riusciva a vendere dischi da sola.

Il dipinto sembra la reazione del 21st Century Schizoid Man per aver visto cose che noi umani non potremmo neanche immaginare (o forse sì), cose futuristiche, da fantascienza, insomma.

In realtà è Godber a tracciare i propri lineamenti dopo aver ascoltato le parole dell’album.

I testi di In The Court Of The Crimson King, opera di Peter Sinfield, lo rendono un album complesso, moderno e parte di un universo parallelo che a un primo ascolto racconta cose irreali e atmosfere surreali, ma semplicemente prova ad azzardare il futuro.

Un futuro di cui aver paura.

“Yes I fear tomorrow, I’ll be crying”

E il futuro in quest’album, cioè il nostro presente, forse non è così sconvolgente come lo canta Greg Lake (qui splendida voce-bassista dei Crimson prima di fare la fortuna degli Emerson, Lake & Palmer) oppure sì, è proprio così terrificante.

E allora eccolo qui il futuro. Basta guardarci intorno. Il tempo è passato come sempre senza guardarsi indietro. Lui no.

È il 21st Century Schizoid Man a viaggiare all’indietro, dai giorni nostri al 1969, gridando per aver visto con i suoi occhi le profezie dell’album nel ventunesimo secolo, o forse perché il suo orecchio si sta staccando dal viso.

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Nella back cover l’orecchio, così grande che sembra una bocca che sta per papparsi la sfera, si allontana dal suo proprietario.

Il volto dello schizoide si unisce al cielo in un’impossibile clonazione di guance, il cielo si mescola al volto come se uno fosse la continuazione dell’altro.

Nell’immagine interna c’è il Crimson King, il Re Cremisi inventato sempre da un Sienfield dominante: paroliere, tastierista, co-autore di 21st Century Schizoid Man insieme a Greg Lake e uno degli artefici di quest’album.

Il sorriso innucuo del Crimson King e la profonda tristezza dei suoi occhi possono ingannare, perché Sinfield prende spunto dal principe dei demoni Belzebù per creare il Re e il nome del gruppo.

Re Cremisi tende la mano, in un solenne gesto d’aiuto quasi stridente in confronto alla malinconia degli occhi.

La mano protesa è un invito a corte, la corte del Re Cremisi, un luogo fantastico e surreale, un mondo voluto, sognato e fittizio. La versione crimsoniana dell’Isola che non c’è, tra buffoni di corte e pupazzi danzanti, dame di corte e regine nere, illusionisti e qualsiasi altro essere capace di intrattenere gli ospiti, in The Court Of The Crimson King.

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E arriva per In The Court Of The Crimson King il momento del “manca solo la copertina”.

Tutti gli album ce l’hanno. É una fase cruciale che, di solito, da manuale viene lasciata per ultima, con buona pace dei ritardi di pubblicazione dovuti a ritardi nella cover (nella cui categoria Appetite For Destruction e Houses Of The Holy restano esempi celebri).

Nessun ritardo per i King Crimson, più che altro è non sapere a chi chiedere per realizzare la copertina.

È allora che Sinfield presenta al gruppo un programmatore che risponde al nome di Barry Godber, giovane dalla spiccata sensibilità e profondità di pensiero, una versione sconosciuta di Nick Drake come dirà il poeta tantissimi anni dopo.

Barry ascolta l’album.

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Le parole escono dalla voce calma e delicata di Greg Lake e sono terribili, rimangono sospese su una musica a tratti conosciuta ma spiazzante, innovativa, alba e crepuscolo del prog-rock, uno stile che scorre nel jazz e nella musica classica e prende un po’ dell’uno e un po’ dell’altra e porta tutto avanti, collegando due epoche diverse con una complessità tematica uguale nel 1969 come oggi.

Come una porta da cui andare e tornare, a piacimento.

Barry Godber è sfiorato e toccato dalla voce distorta di Greg Lake durante 21st Century Schizoid Man, la primissima canzone by Crimson, un incontrollabile saliscendi emozionale e apocalittico, metrica e stile che escono da ogni binario conosciuto e vanno via per conto proprio.

Il brano dura tantissimo per l’epoca, più di sette minuti, ed è solo il preludio di Epitaph, Moonchild e The Court Of The Crimson King, che durano mezza eternità.

É un delirio vocale in mezzo al rumore, i cambi di ritmo e la frenesia di 21st Century Schizoid Man, la condanna di un mondo fatto di filo spinato e napalm, chiaro riferimento al Vietnam che quell’anno toccava il suo apice, paranoia e cupidigia, bambini affamati e gente che ha tutto senza averne realmente bisogno.

I Talk To The Wind è un semplice momento di calma prima del rullo di tamburi di Epitaph, il brano più nero dell’album, una tragica proiezione sul mondo di domani guardando l’uomo di oggi.

Gran parte della critica conferma che l’album è infatti un continuo ponte tra uomo contemporaneo e futuro. Riflette la paura, l’angoscia e la solitudine del domani.

Epitaph inizia rullando, calma ma costante, per aumentare d’intestità con la voce di Lake, tra melodie di mellotron e chitarra e quel “I fear tomorrow I’ll be crying” assillante, dopo lo stacco musicale a metà del brano, una frase che sarà rimasta nella testa di Barry Godber com’è rimasta nella mente di tutti noi.

Dopo questo vortice, Barry si mette davanti a uno specchio. Ripensando alle parole dell’album, simula un urlo.

Poi prende una tela e dipinge un autoritratto, ricordando la sua espressione rossa di paura e deformata dall’angoscia, ma in realtà alterata dal riflesso e dalla pressione sullo specchio.

Barry, inconsapevole di cosa sarebbe diventata la faccia che per tutti sarà lo schizoide ma che in realtà è la sua.

Barry soltanto sfiorato dal successo, un attacco cardiaco se lo porterà via a ventiquattro anni, nel febbraio 1970, a soli quattro mesi dall’aver consegnato alla storia dei King Crimson un’immagine che sembra quasi di sentirla urlare.

Un’immagine che il gruppo adora da subito e che vende dischi, lei prima della musica, persone e persone che acquistavano l’album incuriosite dal volto mostruoso. Il dipinto originale è a casa di Robert Fripp.

La scia di mistero dello schizoid intorno al loro debutto è ancora visibile.

Cinquant’anni sono quasi passati, ma per tornare indietro non ci vuole nulla, basta chiudere gli occhi e percorrere il gigantesco ponte musicale che è In The Court Of The Crimson King, ascoltandolo.

Un ponte che si allunga con lo scorrere del tempo, un album sempre qualche secondo avanti a tutto, che dice cose inquietanti, a tratti sconvolgenti, un’assurda profezia di fine anni sessanta, solo un mucchio di stupidaggini che guardano troppo lontano perché di sicuro il mondo del 2000 non prenderà questa piega.

É il futuro a essere un sentiero pieno di crepe, noi dobbiamo andare avanti e quando finalmente ce l’avremo fatta potremo sederci e ridere.

Rideremo per il sollievo, perché non avremo fatto confusione e il mondo non sarà così come l’hanno predetto loro, ci scommetto, non faremo confusione, anche se non ho il coraggio di aprire il giornale di oggi per vedere se è vero.

Potrebbero aver avuto ragione.

Confusion will be my epitaph
As I crawl a cracked and broken path
If we make it we can all sit back
And laugh
But I fear tomorrow I’ll be crying.

Cosa preferisci ascoltare di solito?