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Lucio Battisti estrae i rullini dal film della sua carriera fino a quel momento, li srotola e li fa a pezzi. Il nuovo film è qualcosa di nuovo, di profondo, di bianco.

“L’artista non esiste, esiste la sua arte.”

Lo diceva Lucio Battisti prima di entrare nel suo periodo bianco, il suo momento di scollegamento da tutto quello che era stato.

Quando rifiuta la sua parte in un copione già scritto, quando distrugge la maschera di cantautore popolare indossata per oltre un decennio. Il tentativo precedente, solo uno spiraglio, era stato Anima Latina.

Quando la sua musica si fa mille volte più raffinata e i suoi testi si chiudono in cassaforte, e solo lui e il poeta ermetico Pasquale Panella, che dei testi è autore, conoscono la combinazione.

Il pubblico può solo seguire l’arte, da sempre sfuggevole ma l’unica cosa che resta per il semplice fatto che esiste, in un certo tempo. Cioè per sempre.

L’arte resta intatta, l’artista non esiste. L’artista cambia perché è una persona in carne ed ossa, una persona normale.

E cambia. Tutti cambiamo, in continuazione. Non si può chiedere a un artista di rimanere sé stesso come non puoi pretendere a una persona qualsiasi di non cambiare mai.

Lucio Battisti e la favola del cantautore italiano più celebre che decide di punto in bianco di sparire e vaporizzare la sua musica, facendola diventare mille volte più complessa e strutturata. In cinque anni è un’altra persona, un altro artista, come in mostruoso sdoppiamento di personalità.

Ma è un’evoluzione progressiva e disintegrante, chiamata il “Periodo Bianco” dalla critica e dai fan di Battisti (non tutti, assolutamente) che decisero di seguire la sua nuova idea di musica.

E il Periodo Bianco inizia in modo beffardo e controcorrente al giro di boia degli anni ’80, nel mezzo del peggior “edonismo reaganiano”, dell’esplosione incontrollata di TV e del commerciale, del livellamento culturale e morale, con Don Giovanni (1986).

Una copertina distinta, un po’ inquietante, sicuramente enigmatica. Perché il Periodo Bianco inizia dalle copertine. Non c’è alcuna certezza su cosa rappresenti questa sorta di “A” minuscola che sorregge tante lunghe forme, come farebbe un bambino per disegnare qualcosa che gocciola.

I testi di Panella sono complessi, trattano l’amore con almeno tre strati di significati paralleli; si parla di anima, storia, filosofia; ci sono selve di citazioni incomprensibili, riferimenti che sembrano provenire da intime conversazioni tra Battisti e Panella, totalmente oscuri a noi. Apice dell’album, in questo senso, è Equivoci Amici, fatta da una sequela di cognomi e strane “abitudini” che non vogliono dire niente ai più, ma che chissà che diamine dicevano a loro due.

Il pubblico ha la guardia bassa con quest’album, e incassa il colpo a livello psicologico. Il riscontro di vendite è però ottimo, e tutti restano in attesa del prossimo album.

E ora?

Nel 1988 esce L’Apparenza. L’occhio stavolta riesce a catalogare la copertina in “Armadio” o “Finestra”.

Solo questo, e basta. L’orecchio capisce immediatamente che il Battisti d’un tempo è sparito e non ha nessuna intenzione di tornare.

Il nuovo album è meno di transizione rispetto a Don Giovanni, a musica è sempre più raffinata, inquieta, come se ci fosse una reazione interna in continuo movimento e in procinto di esplodere da un momento all’altro. I testi si fanno ancora più difficili, poetici e filosofici.

La Sposa Occidentale (1990) e Cosa Succederà Alla Ragazza (1992) completano la metamorfosi, l’autodistruzione di Battisti. Le copertine sono ancora una forma ad armadio più distorto, prima, e il semplice acronimo C.S.A.R., dopo.

E Hegel sarà solo Hegel, la scritta, nera su sfondo bianco, e una grande E maiuscola in mezzo. Purtroppo l’ultimo album di Lucio Battisti e il punto massimo di questa rinnegazione. Ogni influsso commerciale viene totalmente distrutto in Hegel, la musica è elettro-pop-techno ma melodiosa, armonica e piena di strutture. La voce di Battisti è tale e quale, il dettaglio da cui capisci che sotto la cenere della musica leggera italiana c’è ancora un fuoco che arde.

Panella si spinge oltre, se possibile, e le sue parole diventano puro mistero ma sempre con una sottile vena surreale e ironica.

Gli album del Periodo Bianco non si possono canticchiare in macchina, niente più “Le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi…” e poi niente. Niente. Niente orecchiabilità, niente ritornelli da coro, niente regole già scritte.

Ma c’è tutto il contrario del niente. C’è tutto.

Liriche debordanti, imprevedibili, colte, giocose, a larghi tratti incomprensibili ma cariche di una strana forza comunicativa.

Le musiche sono spettacolari dal punto di vista melodico e armonico ma senza forma, senza strofe, inafferrabili, sovversive per le persone che l’ascoltano.

Sono album difficili, quasi inaccessibili, perché maneggiati da poche persone, molto meno della parte più piccola del pubblico di Battisti negli anni 70.

Sono album non capiti perché il nuovo è spesso oscuro e del nuovo abbiamo timore, anche nella musica, sì, anche nella musica.

Sono gli album della metamorfosi, andare al lato diametralmente opposto delle proprie certezze e fare ciao ciao con la manina a tutto quello che era stato fino ad allora. Vuol dire otto anni di genio, purezza e raffinatezza. Che può non piacere oppure sì.

Significa un periodo musicale di libertà artistica in cui Lucio Battisti deve essersi divertito da matti.

Vuol dire, dopo aver raggiunto l’apice del successo di pubblico e notorietà, entrare in una delle pagine più indecifrabili della musica italiana.

Hai gradito questa copertina?