La Voce Del Padrone
Franco Battiato (1981)

Copertina Originale: Sconosciuto

Etichetta: EMI Records

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LA VOCE DEL PADRONE TRACKLIST

“C’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero”. Oppure per allontanarsi dalla società.

Il graduale desiderio di cambiare vita era nato in me con piccole, impercettibili, variazioni nel mio modo di pensare.

Se all’inizio il mio pensiero era confuso, con il passare del tempo iniziavo ad agire.

La mia carrozza era partita. Una carrozza traballante per un cavallo svogliato, lenta a causa di un cocchiere assonnato, ma era partita.

Ci stavamo muovendo nella nebbia ma più passava il tempo, più sentivo la carrozza sotto di me sempre più stabile, il cavallo sempre più veloce nei suoi movimenti e il cocchiere sempre più lucido. E andavamo avanti finché un giorno, non so dire se dopo una manciata di ore o molti anni, la mia carrozza si fermò finendo il suo lungo viaggio, raggiungendo l’obiettivo.

Il mio corpo, pedone nel tempo e nello spazio, è la carrozza.

Il cavallo, che traina la carrozza, sono i miei desideri.

Il cocchiere, che guida il cavallo dei desideri, è il mio pensiero.

E il cocchiere, che conduce il cavallo, che tira la carrozza, che mi porterà al cambiamento, segue le direttive del suo padrone.

Lui segue la Voce del Padrone.

La dimensione più profonda senza la quale la carrozza affonderebbe le ruote nel fango e non si muoverebbe.

Se il padrone non dice al cocchiere cosa fare, quest’ultimo non conosce la direzione, la meta, la velocità giusta per evitare incidenti e l’adeguata forza per tenere le redini.

La Voce del Padrone è la coscienza, lo strato più profondo dell’Io.

È una cosa che dovremmo avere sempre in bacheca e ascoltare ciclicamente (l’album di Franco Battiato), ed è una cosa che dovremmo ascoltare almeno una volta nella vita (la vera Voce del Padrone).

E l’uomo in copertina sembra seduto in una carrozza. Seduto?

La Copertina

La copertina è Battiato sospeso con le gambe accavallate in una sedia che non c’è.

Le tre forme triangolari puntano a “voce”, “padrone” e al busto dell’artista, nel punto dove ci dovrebbe essere il cuore.

Quel rettangolo scuro a puntini, così simile al cielo e le sue costellazioni, segue esattamente la schiena di Battiato ed è nell’identico spazio in cui ci sarebbe stato lo schienale della sedia. Sedia oppure dondolo, vedendo come è stravaccato.

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Oppure, ecco, una sedia a dondolo.

L’immagine ha un che di dissacrante. Il cantautore non guarda nella direzione del “pubblico”, com’era la regola di quegli anni, indossa occhiali da sole e un ottimo sandalo con calzettone ai piedi. Il codino è un’altra novità di look e altra cosa inusuale nel cantautorato italiano dell’epoca.

Il Significato della Voce del Padrone

La Voce del Padrone non è tanto la casa discografica attiva dal 1904 al 1967 o un’accusa alle etichette, colpevoli di comandare la musica.

Significati apprezzabili, davvero, peccato siano superficiali.

Questo disco al contrario è interiore, curiosamente intimo visto che parliamo dell’album più accessibile (al punto da essere ballabile) della discografia di Franco Battiato.

Il Maestro si era allontanato dalla musica sperimentale qualche anno prima perché si stava incazzando e stava diventando pericolosamente ribelle come i movimenti studenteschi di quegli anni. Strumenti musicali sfasciati sul palco. Musicisti che passeggiano su altri musicisti, mentre la folla al concerto va fuori di testa. Battiato voleva evitare di impazzire come loro. Sarebbe significato plasmarsi su un modello costruito da altri. Sarebbe stato un suicidio, per una persona come lui.

Il cantante siciliano si sgancia progressivamente da quell’immagine di sé stesso, immergendosi nello studio delle religioni orientali, nell’esoterismo e nella filosofia.

Inizia a cercare la propria voce del padrone, avvicinandosi al filosofo russo Petr Ouspensky e il suo maestro, il mistico armeno George Gourdjieff.

È proprio la filosofia di Ouspensky, evoluzione degli studi su Gourdjieff, a vedere ogni essere umano, inteso nel pieno senso di questo termine, come l’insieme di quattro corpi diversi.

Quattro componenti che rimandano a una carrozza padronale.

Nel sistema di di Gourdjieff, cavallo, carrozza, cocchiere e padrone sono fusi insieme e dipendenti l’uno dall’altro. Ma solo uno decide: il padrone.

Il padrone non cambia mai, è permanente, come il centro di gravità nel più famoso dei brani di quest’album.

Perché gli ordini del padrone abbiano effetto, il cocchiere deve sentire la sua voce, per questo non deve essere addormentato. È necessario sentire la propria coscienza, senza essere distratti dalla società e sopraffatti dalla vita.

Il cocchiere, per impartire le giuste direttive, oltre a sentire la voce deve anche capirla.

Come se non bastasse, il benedetto cocchiere deve anche imparare a guidare il cavallo, gestendo le emozioni e i desideri, mettendoli nella giusta prospettiva.

È un processo lungo e complesso che può durare una vita.

Per Ouspensky, a cui Battiato si rifà nel suo album, l’uomo che riesce in questo intento intraprenderà la Quarta Via, cioè sarà in possesso di un perfetto equilibrio tra l’uso del corpo, delle emozioni e dell’intelletto. Bilancerà il tutto, diventando stabile e trovando il proprio Centro di gravità permanente.

Il fatto che Battiato lo stia cercando significa che ancora non l’ha trovato. Denota smarrimento, distacco forzato o volontario. Ed questa dell’allontanamento è l’idea più ricorrente in tutto l’album.

Il titolo “Summer On A Solitary Beach” parla da solo. “Mare mare mare voglio annegare, portami lontano a naufragare…”; “Gli Uccelli” rimandano al volo, al fatto di emigrare, volare via. Per “Segnali Di Vita” è sufficiente ascoltare le parole per scorgere il desiderio di andare via.

Ne La Voce del Padrone c’è tutto il suo essere un personaggio incredibile. Non trovo altri termini. Sempre fuori dagli schemi, eccentrico ma sfuggente rispetto ai tempi in cui vive, con una sincerità e un coraggio per dire cose come pochi altri saprebbero dire.

Mai una breve scaletta pop era andata tanto in profondità.

Sono sette scalini, rivestiti di una patina elettronica così squisitamente anni ’80 che nasconde bene l’introversione dei brani. Sette stanze di meditazione dove puoi, se vuoi, anche ballare. Sette passi che puoi fare in sette secondi o in una vita intera, se riesci a capire, nel profondo del tuo animo, cosa ti sta dicendo la Voce del Padrone una volta che ti starà parlando.

Battiato, nel 1981, compone un album che è stato scritto domani rispetto a un qualsiasi oggi.

Sempre troppo avanti per essere del tutto capito. Dà voce alla parte più profonda di sé stesso, ragionando su cosa gli disgusta degli anni che sta vivendo, dal punto di vista sociale, musicale, personale, e cercando di trovare il suo Io.

Bandiera Bianca è l’esempio più lampante della sua insofferenza nei confronti di “quest’epoca di pazzi”, dalle “immondizie musicali” al frastuono collettivo della società che non permette di restare “calmi e indifferenti”, dalla classe politica ai frequenti abusi di potere.

C’è spazio anche per una stoccata al consumismo, con gli acquisti folli, la televisione esasperata e una frecciata ironica contro l’ipocrisia sull’onda del successo di Figli Delle Stelle, di Alan Sorrenti, qualche anno prima: “Siamo figli delle stelle e pronipoti di sua Maestà il denaro”.

Ed è razzista nei confronti di questa parte di società, unico modo per sopravviverle e difendersi, per non essere trascinati verso il basso dal conformismo dilagante, visto come sabbie mobili: “Siete come sabbie mobili. Tirate giù”.

Ma nel 1981, invece di allontanarsi, si avvicina ancora di più al pubblico e il suo disco entra nelle case di oltre un milione di persone. Primo album italiano nella storia a riuscire in un’impresa del genere.

Il successo colossale del disco spiazza tutti, compreso Battiato, che dirà di aver pensato di mollare tutto, per fuggire dalla fama, dai riflettori, dall’obbligo di mantenere le attese, da tutto quello che vuol dire essere un’icona vivente.

Ne è uscito disattendendo le aspettative del pubblico. Cambiando continuamente, a partire dal successivo L’Arca di Noé e Orizzonti Perduti. Diradando sempre più i concerti a partire dal 1985.

In questo modo Battiato è rimasto fuori dagli schemi, andando un po’ più vicino al suo centro di gravità permanente.

La Voce Del Padrone è un disco da avere sempre. Da tenere custodito come una reliquia, testimone di un tempo distante, staccato da noi quasi quarant’anni e nonostante tutto contemporaneo rispetto a noi, adesso.

Un disco da gridare, soprattutto ora. Soprattutto oggi. Un disco sempre attuale.

Troppo, dannatamente troppo attuale.

Credo il Maestro sarebbe d’accordo.

Hai gradito questa copertina?

FONTI

Il rapporto tra Franco Battiato e Gurdjieff

Intervista di Franco Battiato al Corriere della Sera

Fabio Zuffanti – Battiato. La voce del padrone. 1945-1968: nascita, ascesa e consacrazione del fenomeno