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Lucio Battisti estrae i rullini dal film della sua carriera fino a quel momento, li srotola e li fa a pezzi. Il nuovo film è qualcosa di nuovo, di profondo, di bianco.

1986.

Lucio Battisti e la favola del cantautore italiano più celebre che decide di punto in bianco di sparire e vaporizzare la sua musica, facendola diventare mille volte più complessa e strutturata. Sei anni dopo Con Il Nastro Rosa, qualche “secolo” dopo Aqua Azzurra Acqua Chiara, a comporre questi cinque album è un altro artista, come in mostruoso sdoppiamento di personalità.

Un’evoluzione progressiva e disintegrante, chiamata il “Periodo Bianco” dalla critica e dai fan del cantautore di Poggio Bustone, non tutti, assolutamente non da tutti, ma solo quelli che decisero di seguire la sua nuova idea di musica. Tra questi sostenitori ci sono anche io, molti anni dopo perché sono troppo giovane per ricordare il periodo.

Mi rendo conto che esiste una sorta di boicotaggio nei confronti di Battisti nelle piattaforme musicali, come mi rendo conto il momento migliore di Battisti è proprio quello che gli addetti ai lavori tengono più nascosto: il Periodo Bianco. Spotify e ITunes girano da anni eppure hanno incluso le canzoni di Battisti solo qualche anno fa, esclusivamente quelle scritte con Mogol, ovviamente.

Il Periodo Bianco? Mai esistito. Troppa avanguardi, allora come ora.

È nel dimenticare una parte imprescindibile della carriera di uno degli artisti italiani più importanti, fa impressione vedere (anzi non vedere) che gli album ci sarebbero (su Spotify, almeno) ma che si debba pagare per ascoltarli. Il periodo con Mogol è invece (un canto) libero, accessibile e ascoltabile a tutti, con l’effetto che si collega sempre e solo Battisti con Mogol.

Pochissimi sono riusciti a spiegare cosa lui e quel genio di Pasquale Panella volessero comunicare in questi cinque album. Battisti stava fuggendo, si stava annullando, la complessità di musica e parole serve per disturbare l’ascoltatore che ha sempre ascoltato i suoi brani. Chi era abituato alle sue canzoni si sente solo e abbandonato in una musica che ha tutto lo scibile umano ma serve per non farsi ricordare.

Questo periodo musicale è una scintilla luminosissima nella storia della musica italiana. Una delle ultime.

Il “Periodo Bianco” come la somma di tutti i colori, cinque album come cinque film in cui Battisti rifiuta la sua parte in un copione già scritto e distrugge la maschera di cantautore popolare indossata per oltre un decennio. Ci aveva già provato nel 1974, con Anima Latina, ma da Don Giovanni la sua musica si fa mille volte più raffinata e i suoi testi si chiudono in cassaforte, e solo lui e Panella, poeta ermetico che dei testi è autore, conoscono la combinazione.

Il pubblico può solo seguire la sua arte, da sempre sfuggente ma l’unica cosa che resta per il semplice fatto che esiste, in un certo tempo o per sempre.

“L’artista non esiste. Esiste la sua arte” diceva Lucio Battisti prima dell’inizio beffardo e controcorrente al giro di boia degli anni ’80, nel mezzo del peggior “edonismo reaganiano”, dell’esplosione incontrollata di TV e del commerciale, del livellamento culturale e morale.

Don Giovanni (1986), copertina strana, un po’ inquietante, sicuramente enigmatica. Perché il periodo è bianco già dalle copertine.

Non c’è alcuna certezza su cosa rappresenti questa sorta di “A” minuscola che sorregge tante lunghe forme, come qualcosa che gocciola, se non che la title track “Don Giovanni” dice “Son l’attaccapanni” e allora vedete che forse un minimo di senso c’è?

Ma in realtà tutto ha un senso. Tutto. È solo che il senso può essere niente, e il niente può essere tutto. È solo che i testi di Panella sono complessi, trattano l’amore con almeno tre strati di significati paralleli; si parla di anima, storia, filosofia; ci sono selve di citazioni incomprensibili, riferimenti che sembrano provenire da intime conversazioni tra lui e Battisti, totalmente oscuri a noi. Apice dell’album, in questo senso, è Equivoci Amici, fatta da una sequela di cognomi e strane “abitudini” che non vogliono dire niente ai più, ma che chissà che diamine dicevano a loro.

Il pubblico ha la guardia bassa con quest’album, e incassa il colpo a livello psicologico. Il riscontro di vendite è però ottimo, e tutti restano in attesa del prossimo album. Qualitativamente, Don Giovanni è una gemma.

Ma ora?

Ma nel 1988 esce L’Apparenza. L’occhio stavolta riesce a catalogare la copertina in “Armadio” o “Finestra”.

Solo questo. L’orecchio capisce immediatamente che il Battisti d’un tempo è sparito e non ha nessuna intenzione di tornare.

Il nuovo album è meno di transizione rispetto a Don Giovanni, musica sempre più raffinata, inquieta, come se ci fosse una reazione interna in continuo fermento e in procinto di esplodere da un momento all’altro. I testi si fanno ancora più difficili, poetici e filosofici.

La Sposa Occidentale (1990)Cosa Succederà Alla Ragazza (1992) completano la metamorfosi, il sopraffino scollegamento di Battisti. Le copertine sono una forma ad armadio più distorto o una gabbia di uccelli con all’interno un’altra gabbia, la prima, e il lapidario acronimo C.S.A.R., nella seconda.

Hegel sarà solo Hegel, la scritta, nera su sfondo bianco, e una grande E maiuscola in mezzo.

Sarà l’ultimo album di Lucio Battisti e il punto massimo di questa rinnegazione. Ogni influsso commerciale viene totalmente distrutto in Hegel, la musica è elettro-pop-techno, però melodiosa, armonica, piena di strutture e sovrastrutture ma senza forma, senza strofe, inafferrabili, sovversive per le persone che ascoltano.

La voce di Battisti è l’unica cosa che resta uguale, come un faro a illuminare la direzione, il dettaglio da cui capisci che dietro a questi misteri messi in spartito è sempre lui.

In Hegel, Panella si spinge oltre, se possibile, e le sue parole sono debordanti, imprevedibili, colte, giocose, a larghi tratti incomprensibili ma cariche di una strana forza comunicativa oltre alla sua sottile vena surreale e ironica.

Gli album del Periodo Bianco non si possono canticchiare in macchina, niente più “Le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi…” e poi niente. Niente. Niente orecchiabilità, niente ritornelli da coro, niente regole già scritte.

Ma c’è tutto il contrario del niente. C’è tutto.

Sono album difficili, quasi inaccessibili, perché maneggiati da poche persone, molto meno della parte più piccola del pubblico di Battisti negli anni 70.

Sono album non capiti perché il nuovo è spesso oscuro e del nuovo abbiamo timore, anche nella musica, sì, anche nella musica.

Sono gli album della metamorfosi, andare al lato diametralmente opposto delle proprie certezze e fare ciao ciao con la manina a tutto quello che era stato fino ad allora. Vuol dire otto anni di genio, purezza e raffinatezza. Che può non piacere oppure sì.

Significa un periodo musicale di libertà artistica in cui Lucio Battisti deve essersi divertito da matti.

Dopo aver raggiunto l’apice del successo di pubblico e notorietà, vuol dire spingersi in una delle pagine più indecifrabili della musica italiana, e a me non resta che sentirmi fortunato ad amare questi album.

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