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Chi l’ha detto che solo le copertine dei vecchi album sono le più efficaci?

Le copertine del gruppo indie rock Interpol comunicano il loro modo di essere alla pari degli album.

Minimal e colore, immobilità e movimento, formazione e distruzione.

L’unica costante delle loro cover è la profondità di pensiero. Uno dei gruppi più affermati degli ultimi vent’anni, con sei bellissimi album all’attivo e la sensazione che le copertine siano altrettanto belle dal punto di vista del concept.

Sono belle. Dalla prima all’ultima, diventano sempre più intime e sono collegate tra loro.

Vedere per credere.

Turn On The Bright Light (2002)

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La copertina di Turn On The Bright Lights è la foto dell’interno di un teatro a Londra.

Il fotografo Sean McCabe è nel teatro a guardare un film, quella sera. La sala è piena di gente, tutto esaurito, lui è in prima fila e il teatro per qualche motivo è tutto rosso, un rosso acceso, esagerato, accecante, l’unico rettangolo di colore in mezzo al nero più nero della sala.

A pochi minuti dalla proiezione McCabe nota quella tonalità, come una piscina di sangue vista dall’alto.

Da buon fotografo per lui uscire con la macchina fotografica è un gesto automatico come uscire indossando i pantaloni, dunque meccanicamente estrae il suo datore di lavoro e scatta una foto a quel teatro strano, inquietante.

Sopra, le sei luci sono accese ma ancora basse, non disturbano la cornice del panorama interno che ha fotografato.

McCabe in quel periodo è un lupo solitario che scatta foto utili proprio per diventare copertine di album, un domani, nell’eventualità che l’artista o il gruppo di turno abbia la musica giusta per le sue immagini. O al contrario, se lui avrà la foto giusta a disegnare la musica.

L’eventualità si concretizza un anno e mezzo dopo e il gruppo sono gli Interpol.

Per il loro primo album, Turn On The Bright Lights, McCabe pensa subito allo scatto nel teatro.

Un po’ sono le luci (l’elemento più chiaro della copertina anche se molto tenui) che stanno per accendersi, ma è soprattutto ascoltando il disco degli Interpol a immaginarsi un panorama. Aveva sempre pensato che la foto nel teatro londinese fosse un panorama interno, per questo aveva scattato la foto.

É la copertina giusta per il primo album, l’istantanea della prima a teatro, l’esordio musicale degli Interpol.

Antics (2004)

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É sempre McCabe due anni dopo, per Antics.

La copertina è molto meno suggestiva, non ha una storia dietro ma è di certo in linea con il gusto minimal degli Interpol. Almeno il gusto di questi primi anni, poi lo stile cambierà.

Stavolta è il bianco ad abbagliare, dominando il nero e rosso e invertendo il gioco di colori della copertina precedente.

Se vogliamo guardare le cose da un’altra prospettiva basta guardare il loro logo, quel quadrato rosso con semicerchio nero prima del nome Interpol. Somiglia a un palcoscenico stilizzato.

Our Love To Admire (2007)

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Due album e tre anni dopo gli Interpol tornano con Our Love To Admire.

Un gruppo molto più consapevole di sé, più maturo e meno dissoluto. Una copertina di tutt’altro spessore concettuale.

Un’immagine di cui nessuno sembra interessato, in giro, visto quanta fatica si fa a trovare informazioni.

Paul Banks afferma in un’intervista a Rolling Stone che la foto dei due leoni che attaccano l’antilope esprime il loro stile. A me personalmente rimanda a The Lighthouse, l’ultimo brano dell’album che scandisce i secondi prima dell’inevitabile verificarsi di uno scontro.

La copertina esemplifica il loro stile, dunque. Il loro modo di fare musica meticoloso, senza lasciare nulla al caso. Tutto è studiato, tutto accade per un perché, come nella natura. Ma la natura è anche il regno del caos e questo per Banks suona come una provocazione e un gioco in cui buttarsi a capofitto.

Banks è molto appassionato di design. Kessler, Dengler e Fogarino sono d’accordo con lui sull’immagine.

Come se il gruppo suonasse sulle stesse note della natura, armonia e perfezione ma anche caos, movimento, cambiamento, stravolgimento.

Proprio come quell’antilope che con ogni probabilità sta per essere abbattuta dai leoni nonostante l’espressione tranquilla e vacua del suo viso.

Altre immagini di copertina dell’album sono due rinoceronti, una iena che banchetta con resti animali, altre antilopi ferme. C’è sempre l’alternanza di immobilità e movimento in questa copertina.

Anche i leoni e l’antilope sono immobili nello scatto, come una tassidermia, la tecnica di conservazione di animali morti per dar loro l’aspetto di essere vivi.

La foto nel fronte copertina è stata scattata in un negozio dello Utah, le altre provengono dal Natural History Museum di Los Angeles.

E’ il primo album a esordire nelle prime 5 d’Inghilterra, il primo con una major, Capitol Records, e il primo a non essere interamente autoprodotto dalla band.

Interpol (2010)

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Interpol degli Interpol. Tre anni dopo.

L’album omonimo molte volte è solo uno dei modi di dare un titolo, stavolta no.

E’ un’ulteriore presa di coscienza del gruppo, l’annunciarsi due volte come due colpi alla porta. Interpol, Interpol. Una doppia affermazione per poi distruggere il logo del gruppo in copertina. Un altro contrasto. Di nuovo.

David Calderley, direttore creativo dello studio di branding e design newyorkese Graphictherapy (qui la sezione musica del loro sito se vuoi dare un’occhiata con chi hanno collaborato) crea il concept della copertina. GMDThree provvede a disintegrare il brand con animazione 3D. Non è facile visitare il loro sito, forse hanno disintegrato anche quello.

Oltre al contrasto tra lo scrivere due volte il nome del gruppo e dopo frantumarlo, può anche significare il non prendere troppo sul serio il brand Interpol.

Proprio con il quarto album gli Interpol erano tornati alla piccola Matador, lasciando la major Capitolo. E prodotto tutto l’album da soli.

Questa copertina sgretolata contiene anche una sorta di profezia dal momento che Carlos Dengler lascia il gruppo proprio dopo quest’album.

El Pintor (2014)

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El Pintor, traduzione spagnola de “Il Pittore” (the painter) è l’anagramma di Interpol.

Ormai sappiamo che il gusto degli Interpol per le sottigliezze e i significati incerti non si rivolge solo alla musica, e questo titolo non è l’unico esempio.

Facile chiedersi chi è la proprietaria di queste splendide mani. O il proprietario, perché no. Anche se propenderei a una donna, ho scoperto solo che è una foto degli anni 50 dal titolo “Woman’s Hands”.

George Harrison Marks è l’autore di questa e altre centinaia di foto degli anni ’50. Marks era un fotografo glamour, nudista e in seguito specializzato in fotografie pornografiche.

La fotografia originale, in bianco e nero, perde il calore del rosso sul nero della copertina (lo studio newyorkese Graphictherapy si occupa della grafica di copertina anche qui) ma può guadagnare in fascino, perché quelle mani potrebbero anche essere di Grace Kelly come di Audrey Hepburn.

Mentre penso se potrebbero essere di Elizabeth Taylor, mi chiedo cosa stanno facendo quelle mani.

Hanno appena finito di applaudire, pregare, esultare, lavarsi o che altro? O magari si stanno unendo per pregare, applaudire, oppure? Idee? Ricordiamoci che l’autore è un fotografo nudista…

Marauder (2018)

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Questa copertina è nata per caso. Una foto scoperta guardando altre foto scoperte cercando altre foto.

L’ultimo album, freschissimo, dove toccano il punto più alto in carriera almeno per il pensiero di copertina, è Marauder.

L’idea originale di Banks per la copertina di Marauder (Predatore, in italiano) è una foto di paparazzi fuori dalla discoteca-culto newyorkese “Studio 54”. Niente di più difficile. Cercando immagini giuste del locale negli anni 70, quando il locale era considerato un tempio, il gruppo incappa nelle foto del nightclub El Morocco.

Le celebrità e i ricchi di New York sedevano tutti i giorni nei celebri divanetti con motivi zebra a righe blu del club.

Il gruppo sta sfogliando le foto di quelle poltroncine con sopra Humphrey Bogart, Frank Sinatra, Audrey Hepburn e Marylin Monroe quando vedono per caso una foto con un uomo seduto a un tavolo, isolato, accerchiato da microfoni, come le canne di tanti fucili, attaccati ad altrettanti registratori.

E’ una foto che il fotografo Garry Winogard scatta all’ormai ex procuratore generale Elliot Richardson mentre sta rassegnando le dimissioni. Siamo a Watergate, signori, fine anni 70. Uno dei pezzi di storia americana più fragili della storia.

Il presidente Nixon aveva appena ordinato a Richardson di licenziare Archibald Cox, primo procuratore speciale che il Congresso degli Stati Uniti nominò per portare avanti l’inchiesta Watergate.

L’ordine di Nixon puzza più di un pezzo di formaggio lasciato sotto al sole.

Richardson si dimette piuttosto di cedere all’ingiustizia, secondo lui, di eseguire un ordine che avrebbe bloccato un’inchiesta di tali dimensioni. Va contro i poteri forti, il più forte, il Presidente in persona, ci va addosso frontalmente.

Affronta i microfoni, i giornalisti e i fotografi come una tigre contro un gruppo di iene. Come un’antilope affronterebbe un branco di leoni.

A Banks piace perché la foto comunica forza, Richardson solo contro tutti, ma dà anche l’impressione di essere vulnerabile. Nuovamente un contrasto nelle loro copertine, questa volta tra potenza e debolezza.

Oltre, ovviamente, al gesto onesto, coraggioso e quasi eroico del procuratore generale.

A sinistra, una donna sta lasciando qualcosa per terra. Banks pensa che è come lasciare della carne nella gabbia di un leone:

“Based on my writing, I like the isolation of the individual in that photo, that shot implies great strength but there’s a vulnerability too. I love that there’s a woman in the frame backing away…” he grins. “Like she just left meat out for a tiger.”

Che profondità gli Interpol, no?

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